Orrore (Genova 935)

Una storia, la città, la sua gente nell’anno del sacco dei Saraceni

Come era Genova prima di diventare Repubblica Marinara e Superba? Come viveva la sua gente? I protagonisti di questo romanzo si muovono in quella città, piuttosto povera, dove tutti arrivavano perché aveva l’affaccio sul mare e forniva un approdo. Secondo Liutprando da Cremona, verso l’890, i saraceni andalusi sbarcarono in Provenza, ove venne fondato un emporio stabile, Frassineto. Da qui, i saraceni facevano scorrerie lungo le coste e zone adiacenti (fino a Marsiglia, Tolone e Nizza) e verso l’entroterra, spingendosi fino alle Alpi e alla pianura piemontese: pare che Ugo di Provenza, volendo scongiurare un’invasione di Berengario II d’Ivrea, invitò i frassinetani a dirigersi attraverso le Alpi. La valle Moriana (Maurienne) prenderebbe il nome da questo evento. Tra il 934 e il 935 corsari dell’Ifriqiya arrivarono a saccheggiare Genova.
La storia è raccontata, appunto, da Liutprando da Cremona, non testimone oculare, ma quantomeno coevo. Più di duecento anni dopo Jacopo da Varazze arricchisce di particolari raccontando di come i Genovesi inseguirono i saraceni sino all’isola dei Buxinarii e li sterminarono, ammonticchiando le carcasse a monito, tant’è che da quel dì l’isola prese il nome di Mortorio, come ancora oggi si chiama. L’operazione di “restyling” della reputazione pare un po’ come quella che Tito Livio fece con la storia romana, trovando una ragione per tutto quello che era giustificabile e, semplicemente, inventando quando non c’era possibilità di rivestire di nobiltà la vicenda.
Nel 935, si diceva, Genova fu saccheggiata e incendiata; molti dei suoi abitanti furono catturati e venduti come schiavi. I genovesi usavano le navi da carico come navi da difesa e ad agosto, approfittando del mare “buono”, i mercantili erano tutti per il Mediterraneo. Probabilmente, la vera storia della devastazione di Genova è proprio questa. Non immaginatevi la flotta dei secoli successivi, ma, semplicemente, una manciata di barche da pesca e usate per commerciare, non certo a lungo raggio. Perché tutto il “traffico merci”, proprio a causa dei pirati, si era spostato sull’Adriatico.
La città era indifesa dal mare, ma anche da terra, visto che gli uomini più validi erano imbarcati. Dopo una prima sortita contro Genova nel 934, fallita per il maltempo, una spedizione comandata da Yàqub ibn ‘Ishâq mise in ginocchio la città, assediata da 200 galee che consentirono lo sbarco di milizie a levante ed il blocco navale.
Il 26 Agosto 935, era un giovedì, alle prime luci dell’alba, gli arabi ormeggiarono le loro galee sotto San Siro (che si trovava proprio dove si trova ora, ma era orientata diversamente) e, mentre tutti i genovesi dormivano, entrarono nelle case, saccheggiandole, uccisero tutti gli uomini e rapirono tutte le donne e le bambine, imbarcandole sulle loro navi. La cattedrale di San Siro e le altre chiese furono profanate e bruciate. Dopo due ore d’inferno (la città non era grande) gli arabi tornarono alla spiaggia e ripartirono verso altri lidi portandosi via le poche navi genovesi che erano rimaste in porto. L’odio dei genovesi non si placò che sedici anni dopo quando poterono battere definitivamente “gli invasori” riconquistando alcune città della riviera.
La città era devastata, solo chi era riuscito era scappato sulle colline e nelle vallate si era salvato. Un terzo degli abitanti era morto, altri genovesi furono fatti schiavi e imbarcati a forza sulle galee nemiche. Di quel periodo ci rimangono ben poche testimonianza. Tutti gli archivi della cattedrale andarono perduti. Si trattava della chiesa di San Siro costruita (la prima volta) nel IV secolo d.c. sull’area di un cimitero cristiano. L’orientamento attuale della chiesa (alla quale si accedeva dall’attuale porta laterale che ora dà su San Luca) risale al 1006 quando la chiesa venne assegnata dal vescovo Giovanni ai Benedettini, che la ricostruirono in forme romaniche, a tre navate con pilastri divisori, cupola ed atrio. Il pericolo delle incursioni saracene incise notevolmente sul destino della chiesa esclusa dalla cerchia medievale di mura che da Garzano raggiungeva Banchi per Ravenna e Porta Soprana, includendo invece la chiesa di San Lorenzo. Questa fu la successiva cattedrale, dopo un periodo di “concattedralità” divisa con San Siro, e quindi con Santa Maria di Castello.
Per resistere agli attacchi dei Saraceni a Genova fu costruita nel IX secolo una cinta di mura dette “Carolinge”.
Le mura del IX secolo erano lunghe circa 1480 metri, attorno ad un’area di 22 ettari (esclusa la penisola del Molo).
La cinta muraria partiva dalla porta Castri e ripiegava verso porta Superana, in cui entrava una diramazione della Strata (romana) per scendere al mercato di San Giorgio. Comprendeva il castrum e la civitas, ma non il burgus. Vi si aprivano quattro porte: due partivano dal mercato di San Giorgio e si diramavano verso ponente, lungo la costa (porta di San Pietro) o verso levante (porta Superana), le altre due (porta di Serravalle e porta Castri) verso le zone di San Lorenzo e di Castello. Al di fuori di queste mura c’erano colli e valli non molto popolate con orti, colture e vigneti.
Il potere in città se lo spartivano i Visconti, il Vescovo e “habitatores” (gran brutta razza i genovesi, con il pallino per la democrazia) che erano subentrati, di fatto, ai marchesi Obertrenghi, che si curavano poco della città e piano piano, in sordina, ne erano stati di fatto estromessi.
Come vivevano i Genovesi dell’epoca? La vita era poverissima e l’unica economia era quella di consumo. Le sole fonti di ricchezza, per chi le aveva, erano le proprietà terriere.
In questa Genova si muovono i personaggi di “Orrore – Genova 935”

©Monica Di Carlo. Tutti i diritti riservati. Vietati la riproduzione anche parziale del testo e qualsiasi uso non autorizzato dall’autore

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Il prossimo capitolo mercoledì 19 agosto