Orrore (Genova 935)

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VIII CAPITOLO “Dell’Amicizia e delle donne” – “Orrore. Genova 935”

salasso

Qui il nuovo capitolo e i precedenti in formato pdf
ORRORE PRIMO CAPITOLO
II CAPITOLO
III CAPITOLO
IV CAPITOLO
V e VI CAPITOLO
VII CAPITOLO
VIII CAPITOLO

Capitolo VIII

(Dell’amicizia e delle donne)

Alfonso aveva percorso in pochi minuti la strada tra il bosco e la cattedrale. Era contento di essere andato a cavallo all’appuntamento con Adelaide e, quindi, adesso, di poter tornare velocemente a San Siro. Appena arrivato alle stalle, ancor prima di smontare da Nerone, aveva chiesto se il vescovo fosse rientrato e quando gli avevano detto di sì aveva tirato un sospiro di sollievo. Non si sarebbe mai potuto perdonare se Ramperto fosse stato preso in un’imboscata. Si era precipitato a bussare alla stanza del suo superiore e, non avendo ricevuto risposta era entrato, ma neanche quando la porta si era spalancata il Vescovo si era mosso. Il prete lo aveva trovato in piedi davanti alla finestra, così assorto nei suoi pensieri da non accorgersi del segretario fino a quando era arrivato tanto vicino a lui da poterlo toccare. Allora si era voltato e gli aveva chiesto <Figliolo, ti sei mai sentito sciocco?>. Il suo attendente gli aveva detto che accadeva quasi quotidianamente e che oggi gli era successo almeno tre volte. Le aveva contate mentalmente: quando era passato armato fino ai denti in mezzo alla gente per andare a costatare il decesso del mercante, quando, ubriaco, si era sentito in imbarazzo per il rapporto “non convenzionale” che aveva avuto con Adelaide e infine quando lei aveva sfoderato conoscenze che mai avrebbe potuto immaginare. <Se è vero – aveva risposto Ramperto – allora non sono l’unico sciocco della città. Se, invece, lo dici solo per consolarmi e pur di farlo appesantisci la tua anima con una menzogna… in quel caso vuole dire che ho ancora una persona che mi vuole bene>. Poi il vescovo aveva cominciato a raccontare della visita al figlioccio e delle assicurazioni ricevuta da lui circa la futura nascita di un “nipote”. <Certo che non potevo dirgli di sapere che non è mai rimasto solo nella stessa stanza con la moglie – aveva detto l’alto prelato con la voce appesantita dalla delusione e dalla rabbia -. A questo punto la presenza della spia che gli ho messo in casa mi è necessaria a capire cosa sta organizzando Gusberto e se davvero pensa a rovesciarmi, se il suo gruppo è responsabile degli omicidi e se intende organizzarne altri. Non mi è parso opportuno, in quel momento, mettere il ragazzo davanti alle sue bugie per chiedergliene ragione. Tanto più che Gismunda, presente al nostro incontro, assentiva vigorosamente ad ogni parola che dicesse il marito. Mi chiedo perché lo abbia fatto. Forse Gusberto la minaccia. Se non avessi anche tu una spia in quella casa, penserei che è il mio uomo a non dire la verità Ora Gusberto si prepara a diventare sacerdote. Mancano ormai pochi giorni. In queste condizioni non posso dire che non lo ordinerò. Dovrei anche spiegargli il perché e non potremmo più indagare né sugli omicidi né sulle intenzioni dei suoi amici. Certamente farò sorvegliare in modo assiduo i due sacerdoti che partecipano agli incontri, ma, come sai, la loro posizione mi era già nota. Tu pensa ai mercanti. Quello che abbiamo arrestato, lascialo in galera, stanotte. Avrà modo di riflettere. La sua famiglia è già venuta alle porte della cattedrale per reclamarne la liberazione. L’ho fatta cacciare in malo modo minacciando di arrestare figli e fratelli dell’uomo. Ho pensato solo in un secondo tempo che questo comportamento non fa che aumentare l’acrimonia nei miei confronti, ma ormai quello che è fatto è fatto. Non possiamo che proseguire su questa strada e approfittarne per mettere a tutti un po’ di paura. Con Gusberto mi sono spinto a parlare della fede e del governo della città. Mi ha detto apertamente che secondo lui è necessario più rigore ed egli stesso mi ha confessato di ritenere che gli omicidi siano legati a una certa atmosfera di lassismo cagionata “del governo di questa città”. Sono io il governo di questa città! Proprio così ha detto: “lassismo”. Ha aggiunto che dovrei pretendere la partecipazione di tutti ad ogni celebrazione e punire i peccati con maggiore decisione e non solo con qualche “Pater Ave e Gloria”. Io ho cercato di spiegargli che il mio ruolo di Vescovo non è quello di prete. Devo punire i reati e non i peccati, perché il potere che ho discende dall’imperatore Ugo di Provenza. Io lo amministro soltanto. So che non posso esagerare perché se il popolo si ribella – e tu lo sai che gli abitanti di questa città non sono disposti a sopportare tutto ciò che ostacola il loro lavoro e i loro affari, fosse anche la frequenza assidua delle celebrazioni nelle ore nelle quali si può lavorare – la Cattedrale perde il potere. Non io, ma la Cattedrale. Insomma, Gusberto mi ha trattato come se fossi un povero vecchio rincoglionito. E io ho dovuto lasciarglielo fare. Anzi, se vuoi che ti dica cosa penso veramente, non sono stato capace di impedirglielo>. Alfonso avrebbe voluto dirgli che a quel ragazzo aveva lasciato per troppo tempo le briglie sciolte, ma non lo aveva fatto perché il vescovo gli sembrava già sufficientemente abbacchiato. Non era il caso di infierire. Anzi, visto che gli aveva aperto il cuore, era forse quello il momento di fare altrettanto e di chiedergli un parere circa la sua relazione con Adelaide. Così, premettendo che non parlava al confessore, ma all’amico, aveva detto a Ramperto che aveva bisogno di togliersi un peso dallo stomaco. Il Vescovo gli aveva sorriso per la prima volta nel corso di quella lunga conversazione e gli aveva chiesto se per caso volesse sapere se per un prete intrattenersi con una prostituta era peccato mortale. Alfonso si era sentito sciocco per la quarta volta nella stessa giornata. Come aveva potuto immaginare che il suo superiore, con la sua rete di spie, non sapesse già tutto? <Se il problema di cui mi vuoi parlare é solo questo, allora é facile da risolvere> aveva detto il Vescovo sorridendo di nuovo. <Ramperto, il fatto è che io sono innamorato di quella donna, perché è intelligente, colta e di animo buono – aveva confessato il prete -. Sarebbe una compagna formidabile e se potessi la sposerei oggi stesso. Ha subito molte violenze e molte ingiustizie nella sua vita, compresa quelle inflittegli dal vescovo di Pavia. Nel mio cuore è forte la volontà di evitargliene altre>. Il vescovo gli aveva detto di conoscere a grandi linee ciò che era successo ad Adelaide. Aveva preso informazioni quando la donna aveva trasformato la sua casa in un postribolo. Quando poi aveva cominciato con Alfonso l’attività di redenzione delle prostitute, aveva approfondito la questione. Non sapeva esattamente cosa fosse successo a Pavia, se non che era stata arrestata per aver sedotto un sacerdote anziano, il custode della biblioteca, ed avergli sottratto dei libri proibiti che, si era detto Ramperto, la donna, probabilmente, aveva poi venduto per guadagnare qualche soldo. Alfonso gli aveva raccontato la storia così come lui la sapeva e come la prostituta gliel’aveva narrata. Aveva detto al Vescovo di quanto fosse colta e della perversione del vecchio prete che certamente le aveva regalato i libri perché li imparasse a memoria e poi non aveva avuto il coraggio di confessarlo al suo superiore. <Io ti offro una cosa, Alfonso – aveva detto il vescovo -. Se tu mi prometti di verificare che il tuo sia amore e non semplice passione e mi aiuterai prima a risolvere tutti i problemi che ci troviamo a dover risolvere in questo momento, io ti sposerò ad Adelaide e falsificherò i documenti così che tu possa dimostrare di averla presa in moglie quando ancora non eri sacerdote. È evidente che lei dovrà essere disposta ad abbandonare la propria attività e che insieme dovrete lasciare la città. Vedrò̀ di trovarti una parrocchia da amministrare, lontano da qui, dove nessuno vi conosca. Se il Papa è figlio di un papa e se sua madre ha davvero ucciso il padre e diversi altri capi della chiesa, non vedo perché tu non ti possa sposare. E magari avere dei figli, anche se ormai tu e Adelaide non siete più giovanissimi>. Alfonso si era sentito in dovere di confessare a Ramperto che la prostituta era sterile e questi aveva risposto che non importava e che sarebbe potuto partire da Genova con uno o due bambini orfani che lui avrebbe scritto nei registri della cattedrale come figli legittimi. Alfonso non avrebbe osato sperare tanto. Si era detto che avrebbe verificato bene la consistenza del suo amore per Adelaide e che non le avrebbe detto niente per un po’, tranne che il Vescovo sapeva, tanto per rassicurarla che lui non correva rischi.Ramperto gli aveva raccomandato di essere prudente perché se gli amici di Gusberto avessero saputo della sua relazione avrebbero chiesto le sue dimissioni e sarebbero stati guai per lui, per la Cattedrale, ma soprattutto per Adelaide perché il secondo Sinodo di Toledo aveva raccomandato che i sacerdoti che ospitano donne sospette fossero puniti e che il vescovo dovesse venderle come schiave. <A Pavia, mi hanno riferito – aveva spiegato il Vescovo -, non è stata venduta, in ottemperanza alle regole, solo perché i preti della diocesi quasi al gran completo avevano pregato il vescovo di non farlo. Già̀ in quegli anni, pare, Adelaide si occupava di fare “opere di bene”>. Ramperto aveva sottolineato con un tono di voce volutamente formale le ultime parole, poi era scoppiato a ridere. Solo grazie al racconto di Alfonso aveva la lettura corretta di quanto gli avevano riferito le sue spie a Pavia. Altro che opere di bene! Quella donna era l’amante di tutti i preti della zona e costoro, tutti insieme, avevano intercesso per la sua liberazione. Questo pensiero non l’aveva tradotto in parola per non amareggiare Alfonso, al quale aveva, invece, spiegato che se un pericolo c’era in quella sua storia d’amore era il fatto che lei dimostrasse una così smodata passione per il sapere. <Tu sai che Clemente Alessandrino diceva che “La sola consapevolezza del proprio essere dovrebbe costituire una vergogna per le donne” – aveva ricordato il Vescovo -. E che il sinodo di Elvira ha decretato che le donne non possono né scrivere, né ricevere lettere a proprio nome. San Paolo apostolo infine, ha scritto “La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare o dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo”. E aveva specificato che “Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia”>. Alfonso aveva detto al suo vescovo che avrebbe voluto che si incontrasse con quell’essere imperfetto di cui parlava, quella figlia di Eva che della prima donna, come tutte le altre, aveva ereditato il peccato originale perché così voleva la Chiesa. Ramperto aveva sorriso e gli aveva dato una pacca sulla spalla come se fosse stato uno degli uomini che scaricano le merci delle navi in porto. <Dai, Alfonso, stavo scherzando – aveva concluso il vescovo prima di congedare l’attendente -. Dove è finita la tua ironia? Su una cosa non scherzo, però: stai attento a quella donna. Non perché è una donna, ma perché è come se tu avessi abbassato lo scudo davanti a un possibile nemico, a qualcuno che ancora non conosci bene. Capisco quello che provi, ma non posso non avvertirti che potresti rimanere deluso. A lei tieni molto, come io tengo a Gusberto e per questo siamo senza difese davanti a loro>. Il prete aveva dovuto riconoscere che il suo superiore aveva ragione. Era andato verso la sua stanza riflettendo sulla discussione appena conclusa. Avrebbe dovuto concentrarsi sull’interrogatorio del mercante. Ma in quel momento non riusciva a pensare ad altro che al letto. Solo l’indomani sarebbe sceso nelle carceri. Ora voleva, doveva, solo dormire perché, dopo due giorni di veglia, i suoi riflessi erano azzerati e non sarebbe stato in grado di mantenere la lucidità necessaria. Tornando finalmente nella propria stanza, aveva ignorato i libri aperti sul tavolo e si era gettato sul materasso dove era sprofondato immediatamente in un sonno segna sogni. Il mattino dopo si era svegliato che era già tardi, ma non se ne era preoccupato. Si era preso il tempo del quale necessitava per prepararsi a scendere nelle carceri. Aveva chiamato i servi perché gli portassero acqua calda per il bagno e, dopo, aveva indossato un abito pulito e calzari lustri. Quindi, scortato da quattro guardie, aveva raggiunto la cella di Berto il mercante. L’uomo stava seduto per terra con la schiena appoggiata al muro. Quando aveva visto il prete aveva alzato lo sguardo, ma non si era mosso. Alfonso era entrato insieme alle guardie, una delle quali aveva portato uno sgabello sul quale il prete si sarebbe seduto davanti al prigioniero. <Cosa vuoi da me, segretario del Vescovo? Non vi bastano forse i tributi che pago sui miei affari? O forse non sono sufficientemente rispettoso delle regole della Chiesa o dell’Imperatore?> aveva detto il mercante col preciso intento di risultare irriguardoso nei confronti dell’autorità della Cattedrale che Alfonso stava rappresentando. <Se parli dell’osservanza delle feste comandate e delle liturgie – aveva risposto il sacerdote – nessuno ti può rimproverare. Se parli delle percentuali sui tuoi affari, per quanto ne sappiamo, nessuno può dirti che non fai il tuo dovere, ma sta pur certo che controlleremo. C’è il fatto, però, che è stato ucciso un uomo col quale tu avevi un contenzioso, al quale eri contrapposto in una causa che rischiavi di perdere e che, probabilmente, perderai coi suoi eredi. E allora mi chiedo, se è vero come dice la famiglia che Jacopo non aveva altri nemici, chi altro se non tu è stato ad ucciderlo>. Berto aveva spalancato gli occhi e aveva dimostrato genuina sorpresa alla notizia della morte del collega, ma non bastava questo a scagionarlo. Aveva chiesto quando era stato ucciso ed Alfonso glielo aveva detto. Quindi il mercante aveva assicurato che poteva fornire decine di testimoni, giacché a quell’ora si trovava al porto perché stavano scaricando una delle sue navi. Poteva chiamare gli scaricatori, i marinai, il comandante della nave, persino il riscossore delle tasse della Cattedrale. Il prete non aveva mai pensato che Berto avesse ucciso Jacopo. Era molto più vecchio e l’altro era una gigante del quale diversi uomini assieme potevano aver ragione solo cogliendolo di sorpresa. In un contrasto corpo a corpo, l’uomo arrestato dalle guardie della cattedrale avrebbe certamente avuto la peggio. Il prete riteneva, invece, che Berto o, meglio, il suo gruppo di oltranzisti religiosi potesse aver fatto uccidere Jacopo da una banda di assassini prezzolati e non per affari, ma per motivi religiosi giacché Jacopo era figlio di un cristiano e di un’ebrea, cosa che nella società genovese non aveva importanza alcuna, ma per la setta doveva essere una specie di peccato originale. E poi Jacopo era tutto fuorché un buon cristiano, nel senso in cui lo intendevano Gusberto e i suoi amici. In mancanza di prove concrete o di una confessione, Alfonso sapeva di dover rilasciare Berto. Sperava di spaventarlo un po’ perché, magari, potesse pensare a denunciare i capi della setta. Certo, avrebbe potuto dare ordine ai secondini di torturarlo, ma questi metodi non gli erano mai piaciuti e, inoltre, non era il momento di alzare la tensione tra il gruppo degli ultraortodossi e la Cattedrale. Meglio, dunque, fargli molta paura e quindi rendergli la libertà, facendolo seguire dalle spie del vescovo e aspettare che lui o i suoi amici facessero un passo falso. La cosa migliore sarebbe stata quella di infiltrare una persona nel gruppo di Gusberto per capire se davvero all’interno c’era chi puntava a rovesciare Ramperto e se tra quella gente c’era chi preparava e commissionava gli omicidi. Le indagini dei mesi seguenti non avevano portato ad altro che a constatare l’intensificarsi delle riunioni del manipolo dei contestatori. L’unico ad esporsi pubblicamente era stato Michele, il prete più anziano, che nelle sue omelie dal pulpito della parrocchia di San Donato accusava apertamente il Vescovo di lassismo e nelle riunioni notturne, tra una preghiera e un “mi dolgo”, teorizzava un governo <più cristiano e osservante> per San Siro e per la città. Richiamava la necessità di un fronte unico dei cristiani contro i mori di Frassinetto, i pirati arabi che saccheggiavano la costa. Il Vescovo era riuscito ad infiltrare nel gruppo Matteo, figlio di un suo amico, il ricco mercante Adalberto. Il giovane desiderava ordinarsi più per seguire la carriera politica che per vocazione. Per quella sua caratteristica di scarso attaccamento alla fede e per la fedeltà dalla sua famiglia alla Cattedrale che in cambio aveva sempre concesso ampi benefici, Ramperto lo aveva scelto istruendolo su come approcciare la comunità attraverso un collega del padre, uno dei commercianti che avevano deciso di stringersi attorno al prete Michele. Quasi tutti i discepoli dell’anziano parroco, aveva raccontato l’infiltrato, partecipavano alle funzioni religiose presso quella chiesa, percorrendo anche una strada molto lunga per raggiungerla, anche più volte al giorno, a costo di trascurare gli affari e la famiglia. Solo Ronalda continuava a frequentare la cattedrale, con il preciso incarico di spiare le azioni del vescovo e fare proseliti, mentre Gusberto, ormai ordinato prete, raggiungeva San Donato soltanto per incontrare il maestro col quale aveva sostituito il suo padrino, ovviamente, solo quando egli stesso non doveva celebrare alle Vigne. Gismunda, ovviamente, non era rimasta incinta e alle domande del Vescovo il marito aveva risposto che evidentemente la mancanza della parola non era l’unica cosa della quale la moglie soffrisse. Certamente, aveva detto a Ramperto, oltre alla parola le era carente la capacità di procreare, di essere ventre accogliente per <un soldato dell’esercito di Dio>. Questa definizione di un figlio, così vuota di amore, aveva fatto rabbrividire il Vescovo. Ben sapeva che i due continuavano a dormire separati e che Gusberto, all’interno della comunità di ultra ortodossi, si faceva un vanto della propria assoluta castità. Gismunda non se ne lamentava affatto perché viveva in una bella casa, aveva a disposizione molti servitori e il cibo era abbondante. Non poteva sperare di meglio e aveva paura di perdere quella posizione privilegiata che le era capitata in sorte dopo tanti guai. La felicità si può trovare anche in un piatto di minestra calda o in un letto soffice quando ti sono mancati per troppo tempo. Per questo seguiva alla lettera le istruzioni del marito e, quando qualcuno le chiedeva perché non fosse ancora rimasta incinta, allargava le braccia e abbassava lo sguardo, come se la colpa di quello che accadeva, anzi, non accadeva, fosse sua.

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Il rapporto di Alfonso e Adelaide continuava con incontri quasi quotidiani, non sempre all’insegna del sesso, anche se quella era certo una componente forte della relazione. Il prete, al quale era più facile che ad altri procurarsi i testi, si era messo a studiare i primi filosofi arabi e sempre più spesso i due discutevano più di questi che dei padri della Chiesa. A volte i due abbandonavano la filosofia per le strade dell’erotismo, ma la meta era sempre la stessa: sublimare le sensazioni. Vie ignote per il prete, vergine fino a poco tempo prima e adesso allievo disciplinato e volenteroso della prostituta dedita alla fedeltà. Infondo, per entrambi s’era verificata un conversione. Tra i molti libri dei quali nel corso degli anni la donna era entrata in possesso pagandoli bene ai mercanti di tutto il mondo che arrivavano con le loro navi al porto di Genova c’era un volume che si chiamava Kama Sutra, cioè “Aforismi sull’amore” dove l’“amore” era inteso come piacere. Adelaide diceva che era stato scritto secoli prima da un certo Vatsyayana. Il volume era scritto con caratteri ignoti che la prostituta sostenere essere quelli del sanscrito. Il commerciante arabo che anni prima aveva dimenticato il libro accanto al letto di Adelaide (e del quale Alfonso era irragionevolmente geloso) era un mercante arabo che aveva detto di averlo avuto a sua volta da un collega che veniva dall’Oriente, da un paese dove il Kama, il piacere, non era percepito come un peccato, ma era uno dei quattro scopi della vita. La donna aveva spiegato ad Alfonso che tra le diverse religioni del mondo, oltre al paganesimo, al cristianesimo e all’islamismo, c’era anche l’induismo secondo i quali i principi fondamentali della vita dell’uomo, oltre a kama, erano dharma, artha e infine moksha: la legge del mondo alla quale l’uomo deve sottostare; le esigenze dell’uomo per il benessere quotidiano; la liberazione dal ciclo delle rinascite a cui l’essere terreno, era obbligato per compiere il suo destino e liberare l’anima. Kama, non era necessariamente il piacere sessuale, diceva Adelaide, ma il piacere in senso generale, fosse anche quello di mangiare un frutto gustoso. <Ne so troppo poco, Alfonso, per essere in grado di spiegare – diceva la donna -. Anche io vorrei capire, perché credo che avremmo molto da imparare anche da questo. Immagino che si possa in qualche modo collegare a quanto sostiene Alchindus[1] e cioè che l’anima è una sostanza semplice e immateriale, collegata al mondo materiale solamente attraverso la facoltà di operare attraverso il corpo fisico>. Poi sorrideva e apriva l’incomprensibile libro fino a trovare, concentrate in un solo capitolo, i disegni delle posizioni dell’amore che i due sperimentavano più per gioco che per fare sesso perché spesso scoppiavano a ridere nel bel mezzo del tentativo di amplesso acrobatico. Anche quello era un modo per aggiungere tasselli alla conoscenza, la sete inestinguibile che univa i due più di ogni altra cosa che aveva travalicato ormai da un pezzo il sapere cristiano. Tutto questo ad Alfonso sembrava un peccato che superava per gravità i molti che negli ultimi mesi aveva commesso, ma non era in grado di smettere, di mettere un freno all’orgia di sensazioni fatta di conoscenze così lontane dalla propria formazione eppure allo stesso tempo così condivisibili. Quando tornava al convento, nella sua stanza, continuava a leggere e a studiare e spesso passava la notte sui libri per svelare poi alla donna l’indomani quello che di nuovo aveva imparato. La stessa cosa faceva Adelaide, addirittura più disciplinata di lui nell’immagazzinare concetti, digerirli, elaborarli e riproporli. Quei giorni, fatti di dita macchiate dall’inchiostro e dalla polvere che si era accumulata sui libri, ma anche di abbondante vino e di poco cibo, alla fine avevano provocato ad Alfonso un’emicrania fortissima che per giorni non gli aveva dato tregua. Erano i primi di gennaio e il vento gelido che veniva dai monti spazzava la città. Il prete, che negli ultimi giorni era tormentato da dolori continui e più forti del consueto, aveva cominciato a credere che quella condizione che gli impediva di studiare fosse una sorta castigo di Dio, il quale certamente lo stava punendo per il suo “desiderio di eccellenza perversa”, per il suo peccato di immodestia. Certamente era la punizione che l’Altissimo gli aveva riservato già in terra, forse per compiere l’estremo atto d’amore e misericordia nei confronti del suo poco umile servitore avvertendolo prima che la sua deriva del peccato fosse incontrastabile. Mentre Alfonso diceva queste cose, Adelaide aveva tirato fuori dalla sacca che aveva portato con sè un boccettino. <Bevi questa teriaca, ti farà sentire meglio – aveva detto la donna – si chiama galenos, è molto antica e ormai sono poche le persone che sanno prepararla. Ho imparato a confezionarla da un anziano marinaio che nel suo paese è stato medico. È composta da sessantatre ingredienti che arrivano dai quattro angoli della terra. Ci sono carne di vipera, estratti di angelica, centaura minore, genziana, mirra, incenso, timo, tarassaco, e poi linfa di papavero, matricaria, succo d’acacia, potentilla, miele, finocchio, anice, cannella, cardamono, radice di valeriana. La preparazione è piuttosto complicata, occorrono mesi. Quando è pronta bisogna invecchiarla per molto tempo>. Alfonso quasi non l’ascoltava. Aveva capito che quella pozione gli avrebbe fatto bene e avrebbe fatto qualsiasi cosa l’avesse guarito anche solo per poco tempo. Mentre Adelaide si era girata per accendere il fuoco, il prete aveva stappato il boccettino e lo aveva bevuto tutto, senza curarsi del pessimo sapore. Quando la donna se ne era accorta era ormai troppo tardi: la dose da prendere era pari a un sesto della piccola bottiglia e doveva essere versata nel vino. Lei pensò che non restava altro che restare a guardare gli effetti e sperare che non fossero devastanti. Alfonso non aveva impiegato molto a sprofondare in un piacevolissimo senso vuoto dove galleggiava in un mondo ovattato, in cui non c’era posto né per il dolore né per l’ansia. Vedeva Adelaide e le sorrideva, ma non per il piacere di vederla. Anzi, non aveva ben presente, in quel momento, chi fosse. Il prete sorrideva, invece, del proprio stato di beatitudine che scivolava sempre di più verso la sonnolenza. La donna si era spaventata quando il respiro di Alfonso aveva cominciato a farsi raro e poco profondo. Si era piegata su di lui ad ascoltargli il cuore. Anche i battiti erano rallentati. Aveva cercato di parlargli, di chiedergli come stesse e se desiderava che chiamasse qualcuno, magari il suo vescovo. Ma lui rispondeva con parole insensate, spiccioli di pensiero. Sconnesse e spesso nemmeno distinguibili. Erano frammenti di passaggi in un mondo fatto di immagini serene sfumare l’una nell’altra, ad alternarsi in un lattiginoso senso di benessere. Le pupille di Alfonso si erano fatte piccolissime. Appena un puntino che sembrava affondare sempre di più nell’iride, fino quasi ad affogare. Le sue mani si muovevano ad accarezzare il nulla oppure si spostavano faticosamente per contrastare un prurito che sembrava spostarsi da una parte all’altra del corpo. La sua testa sembrava eseguire una danza sul collo. Lenta, sempre più lenta, fino a quando il prete, addormentato col sorriso sulle labbra, era rimasto perfettamente immobile. Pareva non respirare e il suo volto era diventato bluastro. Adelaide, pur in preda del panico, era riuscita a ricordare e a fare quello che marinaio le aveva raccomandato. <Se si esagera col galenos si rischia la morte – aveva detto l’uomo -. Allora bisogna soffiare a lungo il proprio respiro nella bocca del malcapitato. Bisogna respirare per lui>. Così aveva fatto la donna, ripetutamente, fino ad andare in iperventilazione e a sentirsi girare la testa. Catturava l’aria con profondi respiri e quindi univa la propria bocca a quella del suo amore per restituirgli il fiato. Questa volta non per baciarlo con la passione che li travolgeva quando si univano carnalmente, ma con una passione ancora più forte e travolgente, con la fretta consigliata dalla disperazione, con la paura di vederlo spirare davanti ai propri occhi. Finalmente Alfonso aveva ricominciato a respirare, lentamente, rimanendo però sprofondato in un sonno che, adesso, pareva semplicemente senza sogni. Il prete rimase così, immobile, per diverso tempo ed era una fortuna che mancassero ancora diverse ore al calare del sole. Se qualcuno si fosse accorto che non era rientrato all’ora dei vespri, i soldati della Cattedrale sarebbero andati a cercarlo. Per fortuna il prete si era ripreso in tempo e, seppure ancora in stato confusionale, sorretto dalla guardia nera di Adelaide era riuscito a fare ritorno e a guadagnare la sua stanza. Si era buttato sul letto, pieno di fastidi muscolari alla schiena e alle gambe e lì era ricaduto in un piacevole torpore che ancora una volta gli aveva fatto dimenticare ogni problema, ogni dovere e ogni dolore fisico.

©Monica Di Carlo 2015 – Tutti i diritti sono riservati. Vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso dell’autore.

[1] Considerato il primo filosofo musulmano, Al-Kindi Abū Yūsuf Ya‛qūb ibn Isḥāq, conosciuto in occidente con il nome di Alchindus (Al Kindi). Al-Kindi riprende da Aristotele la tesi secondo cui vi sarebbe nell’anima umana un intelletto potenziale che, per passare all’atto (ossia per conoscere di fatto gli oggetti intelligibili), richiede l’intervento di qualcosa che sia già in atto. Questo qualcosa già in atto è l’intelletto agente (o attivo), il quale conosce sempre in atto gli oggetti intelligibili, è distinto dall’anima ed è a essa superiore. Tale intelletto è connesso alle sfere celesti incorruttibili e deriva direttamente da Dio, come i raggi che emanano dal sole. Operò anche nei campi dell’ottica, della medicina, della matematica. Della chimica, della teoria musicale della crittografia e dell’astrologia.

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