Orrore (Genova 935)

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X CAPITOLO – Dell’omicidio in canonica

una-breve-retrospectiva-de-asesinatos-satanicos-cometidos-en-los-ultimos-30-anos-body-image-1435097148Qui il X capitolo e i capitoli precedenti in Pdf
ORRORE PRIMO CAPITOLO
II CAPITOLO
III CAPITOLO
IV CAPITOLO
V e VI CAPITOLO
VII CAPITOLO
VIII CAPITOLO
IX CAPITOLO
X CAPITOLO

Capitolo X

(Dell’omicidio in canonica)

 

Quando Ramperto era arrivato a bussare alla porta del suo segretario, Alfonso, nonostante fosse già passata l’ora di pranzo, era ancora sprofondato nel suo letto, in uno stato di torpore profondo. Il Vescovo si era accorto immediatamente delle sue condizioni e gliene aveva chiesto ragione. Lui aveva raccontato quello che gli era accaduto senza omettere alcunché. Condividere con Ramperto generava in lui il senso di sollevazione che la confessione genera in ogni buon cristiano, per tutta quella gente che, ben lontana dall’essere delinquente, riferiva al sacerdote ogni piccolo inciampo sulla strada della rettitudine temendo di finire nel più basso girone dell’inferno per un uovo rubato per fame al mercato. Il prete sapeva benissimo che il sacramento era il sistema che la Chiesa usava per controllare il proprio “gregge” (in fin dei conti usava anche lui le informazioni così ottenute), ma era pur sempre un obbligo che doveva rispettare. In passato non aveva avuto molto da ammettere, se non quel suo eterno e inestinguibile desiderio di eccellenza perversa, la sua morbosa sete di sapere. Ne aveva parlato più volte, anche al di fuori della confessione, col suo Vescovo che lo ascoltava con aria serissima e solenne, per poi scoppiare a ridere e a chiedergli, per schernirlo, se per caso non avesse anche desiderato, di quando in quando, di abbuffarsi di quei dolcetti di frutta e secca e miele, tanto da appesantire un po’ la sua colpa e consentirgli di comminare al suo attendente qualche Pater-Ave e Gloria, garantendogli che per il cilicio c’era tempo e aggiungendo, per completare la provocazione, di non poterlo assolvere, giacché non era affatto pentito. Nonostante questo, Alfonso aveva continuato ogni volta a raccontare a Ramperto la stessa cosa. Fino a qualche tempo prima, quando si era tolto il peso dall’anima rovesciando sul suo superiore l’amore per Adelaide e il repertorio di peccati che questo portava con sé.

<Non vorrei che quella donna avesse cercato di avvelenarti, Alfonso… > aveva detto il vescovo quando aveva saputo della pozione, ma il suo attendente non l’aveva nemmeno fatto terminare e qui aveva risposto brusco: <Voi pensate che la mia mente sia obnubilata dai sentimenti o, peggio, dai piaceri del sesso. Non è così, signore. Per la troppa fretta ho bevuto l’intera bottiglia del farmaco mentre Adelaide si preparava a diluirne una dose ed essendo io alle sue spalle si è accorta di quello che avevo fatto quando ora ormai troppo tardi. Tutto qui>.

<Non volevo offenderti, Alfonso – aveva risposto Ramperto -. Sono solo molto preoccupato per te. Ormai vivi per questo tuo amore. Era mia intenzione offrirti di accettare la mia proposta di sposarti e di trasferirti, anche se confesso che fare a meno di te non sarebbe stato facile, ma adesso non posso lasciarti andare. Dobbiamo fare fronte a Michele e alla sua banda. E poi dobbiamo mettere su una difesa efficace contro i saraceni prima che la setta lo faccia al posto nostro e poi usi il proprio esercito così costituito contro di noi>. Il segretario del Vescovo aveva, a quel punto, avuto il tempo per svegliarsi. Del mal di testa non restava che una lieve sensazione di fastidio. Quando si era reso conto che l’ora dell’appuntamento con Adelaide era già passata chiamò un servo fidato e mandò ad avvertirla che non stava ancora bene e che quel giorno non si sarebbero potuti incontrare. Poi si era seduto al suo tavolo, di fronte a Ramperto e aveva cominciato a discutere con lui di quello che si poteva fare. <Con certezza bisogna convocare le compagne – aveva detto Alfonso – e capire cosa possono metterci: provviste, armi. Anche informazioni. Perché ogni mercante ha le proprie spie nei porti più grandi. Normalmente una buona informazione fa la fortuna di una spedizione a discapito dell’altra. Dobbiamo chiedere a tutti, alla luce della comune situazione di pericolo, di rinunciare agli individualismi e, magari, anche a un pò di guadagno pur di salvare l’intera comunità e, in buona sostanza, gli affari di tutti>.
<La tua è un’idea saggia – aveva risposto il Vescovo -, ma quanti tra i mercanti più ricchi, che hanno un maggior numero di spie e, quindi, di informazioni, accetteranno di continuare a pagare e di pagare più̀ degli altri, per il bene comune?>.

<Comunque dobbiamo provarci, la paura sarà una saggia consigliera> aveva detto Ramperto, che poi aveva spostato il discorso sui contestatori.

<Stroncheremo sul nascere l’ipotesi di un esercito parallelo, ma Michele e gli altri continueranno a fomentare il popolo usando argomenti efficaci in special modo sui più ignoranti e su coloro che dal cambio al vertice avrebbero da guadagnare>.

<Dobbiamo trovare il modo di gettarli nel ridicolo, di trovare le falle del loro sistema – aveva consigliato Alfonso -. Possibile che nessuno di loro abbia qualcosa da nascondere? Possibile che nessuno di loro commetta un qualsivoglia peccato da esporre al pubblico ludibrio. Bisogna screditarli prima che raggiungano un numero troppo consistente di accoliti. In questo momento la città non può essere spaccata perché diventerebbe troppo vulnerabile>. A quel punto la discussione tra i due era stata interrotta dall’irruzione di Demetrio. Qualcuno aveva trafitto padre Michele con la spada e mentre stava agonizzando gli aveva intagliato una croce nella fronte. L’anziano prete non era ancora morto, ma le sue condizioni erano gravissime. <Bisogna correre a San Donato – aveva detto il capitano delle guardie -. Magari voi capirete qualcosa di quello che sta rantolando>. Alfonso e Ramperto si erano gettati addosso i mantelli, erano saliti a cavallo. Le strade del borgo e quelle del castello erano piene di gente ed era stato un miracolo che i due, seguiti da Demetrio, fossero riusciti a non travolgere donne, vecchi e bambini. Arrivati a San Donato avevano trovato la chiesa presidiata dalle guardie che a fatica tenevano a freno gli accoliti dell’anziano prete. Quando i membri della setta avevano visto il vescovo e il suo attendente avevano tentato di assalirli e c’era voluto il deciso intervento dei militari per evitare che li disarcionassero. Mentre Ramperto e Alfonso entravano, un centinaio di persone gridava <Assassini! Assassini!>. I chiasso copriva le parole appena sussurrate di Michele. L’anziano prete continuava a perdere sangue sia dal ventre sia dalla fronte. Evidentemente la spada non aveva leso organi vitali, ma era chiaro che il sacerdote sarebbe presto morto dissanguato. Anche in quelle condizioni aveva riconosciuto il Vescovo ma, anziché allontanarlo come Ramperto si sarebbe aspettato, l’aveva tirato debolmente a sé con una mano che non aveva più forza. Il Vescovo si era chinato appena in tempo per ascoltare le ultime parole di Michele: <Avis, Behemot, Leviathan…[1] Occhi alteri[2]… Diaboli janua…>, poi più nulla. Il vecchio prete era spirato e portando con sé l’unica parola che il Vescovo avrebbe voluto sentire: il nome dell’assassino. Ahm, se solo non fosse stato come al solito più attento alla forma che alla sostanza. Se si fosse limitato a riferire chi era stato. Era morto come aveva vissuto, sacrificando l’efficacia al giudizio. Intanto la folla aveva sfondato lo sbarramento del cordone di sicurezza delle guardie e si era riversata in chiesa per raggiungere la stanza dove si trovava Michele, ormai cadavere, alla quale si accedeva da una porticina laterale. Per fortuna un buon numero di militari erano giunti a dare manforte ai colleghi. Le guardie erano riuscite a fatica a fermare l’assalto quando già qualcuno dei contestatori era entrato in sacrestia e aveva preso Ramperto per un braccio, mentre Alfonso era riuscito ad assestare un calcio al secondo uomo che era entrato con l’intenzione di accoltellarlo. Tutti i ribelli erano stati presi. Uomini e donne erano stati concentrati verso l’altare, sotto la minaccia delle armi dei militari agli ordini di Demetrio. Tutti erano stati incatenati, le mani e i piedi ben stretti nei gioghi di ferro e trascinati per la città fino alle carceri della Cattedrale. Tra questi non c’erano nè Gusberto nè Rolanda. Il giovane prete era stato mandato a chiamare da Ramperto senza tanti convenevoli <per comporre la salma e celebrare i funerali, ma a porte chiuse, perché questo è il volere del Vescovo> gli aveva detto l’emissario di Ramperto a mezza voce, temendo la reazione del giovane prete.

<Perché mi disturbi, servo e cosa stai farneticando?> aveva risposto il giovane prete senza alzare la testa dal tomo che stava consultando. <Nessuno potrà partecipare alle esequie – aveva continuato l’uomo inviato dal Vescovo tentando di darsi un contegno e fingendo di non aver sentito quello che Gusberto gli aveva detto -. Questo ordine sarà fatto rispettare da una guardia armata>. Il prete aveva perso la calma. Si era alzato e aveva assestato un ceffone all’uomo che osava rivolgersi a lui in quel modo così poco rispettoso. <Togliti dai piedi. Vai da Ramperto e digli che voglio immediatamente parlare con lui. Digli che sarò in Cattedrale tra poco> aveva detto spingendo il poveretto fuori dalla porta. Quello era scappato via a gambe levate temendo che Gusberto lo picchiasse di nuovo. Era arrivato dal Vescovo poco prima del prete, che invece era giunto a cavallo, vestito come si trovava nel suo studio e con un mantellaccio pesante gettato addosso. Il giovane sacerdote, rosso per la rabbia, era sceso al volo dalla cavalcatura affidata allo stalliere sorpreso di averlo visto arrivare trafelato. Quindi aveva coperto a larghi passi la distanza tra la stalla e l’ufficio di Ramperto e aveva fatto irruzione, come sempre senza bussare. Non trovando il Vescovo si era precipitato nella stanza di Alfonso, ma anche quella era vuota. Allora aveva cominciato a scrollare per le spalle tutti i servi, i monaci, i preti, gli scudieri e le guardie che incontrava nel chiostro. Proprio le guardie gli avevano detto che Ramperto e il suo attendente erano nelle carceri a interrogare le persone che avevano tentato di aggredirli e che erano state arrestate. Gusberto a quel punto aveva cercato di ritrovare la calma. Non gli andava di scendere nelle galere. Alla luce del trattamento poco cortese ricevuto poco prima, quando lo avevano mandato a chiamare come se fosse un servo, temeva che il Vescovo avesse deciso di rinchiudere anche lui. Certo, le spie avevano certamente riferito alla Cattedrale il suo ruolo nel gruppo di Michele. Non era un caso che Ramperto avesse affidato proprio a lui le esequie: era un preciso segnale, un messaggio trasversale che faceva paura. Aveva pensato per un attimo a scappare, a raccogliere quanto possibile e a lasciare Genova. Ma era troppo avido per abbandonare tutto quello che non poteva portare con sé. Aveva, quindi, deciso di sedersi ad aspettare il Vescovo nel suo studio. Ramperto, al quale era stato riferito tutto il trambusto inscenato dal suo pupillo, non si era certo affrettato a uscire dalle prigioni. Gusberto poteva sentire le grida, i lamenti e i pianti delle persone che venivano picchiate e torturate là sotto ed era stato preso dal panico. Quando il Vescovo, insieme ad Alfonso, era rientrato nel suo appartamento aveva trovato il giovane tremante e quasi trasfigurato. Più pallido del solito, terrorizzato, aveva perso il proprio consueto atteggiamento spocchioso. Aveva a mala pena trovato la forza di dire: <Mi avete chiamato, Signore?>.
<Sono felice – aveva risposto Ramperto – che quanto riferitomi fosse falso. Pensate, il mio emissario mi ha raccontato che avevate accolto con rabbia e insofferenza gli ordini che io stesso vi ho impartito tramite lui. Ha aggiunto che lo avete persino malmenato. Certamente non è così perché ora, come si conviene, vi ponete con umiltà al mio cospetto>. Gusberto aveva recepito, più che le parole, il tono formale del Vescovo. Un tono che mai aveva usato con lui. <Bene, adesso non indugiate e andate a celebrare le esequie di padre Michele. Il corpo è già stato trasportato qui. La sepoltura avverrà stanotte. Dopo di che sarete libero di tornare a casa vostra, da vostra moglie. Fino a quel momento Demetrio e i suoi uomini baderanno che non vi succeda qualcosa di male> aveva concluso Ramperto e poi aveva congedato il sottoposto con un gesto della mano. Gusberto aveva compreso i mille messaggi che il Vescovo gli aveva lanciato: non godeva più della sua stima e più nulla gli sarebbe stato perdonato, era anzi considerato “persona da sorvegliare”, insomma, un pericolo. Il giovane prete aveva cercato negli occhi di Alfonso la soddisfazione, ma non l’aveva trovata. Era come se fosse assente, se stesse pensando ad altro. Si rallegrò che, almeno il segretario di Ramperto, non mostrasse ostilità nei suoi confronti, ma allo stesso tempo la sua indifferenza lo indispettiva. Uscito dalla porta aveva trovato il capitano delle guardie e sei dei suoi uomini che si divisero in due file e gli si posizionarono ai lati, con Demetrio in testa e cominciarono a muovere con passo marziale verso la cripta dove avrebbe dovuto celebrare i funerali di Matteo. Si sentiva addosso gli occhi di tutti i servi che aveva maltrattato e non alzava la testa per evitare di vedere che stavano ridendo di lui. Si era sforzato di pensare ad altro e si era detto che adesso che il vecchio prete era morto, era lui il capo del gruppo o, meglio, di quello che ne sarebbe rimasto dopo che Ramperto avrebbe inflitto le pene ai colpevoli dell’aggressione.

———°°°°°°———

Intanto Ramperto e Alfonso, che erano rimasti nello studio del Vescovo, cercavano di trovare il bandolo della matassa dei delitti. Era evidente che erano legato l’uno all’altro. Anna, Consalvo, il giovane Beltramo, Jacopo il mercante e adesso Matteo: a tutti era stato intagliata sulla fronte una croce. A tutti meno che ad Anna, alla quale era stata “scolpita” nelle carni l’iniziale delle parola prostituta. Alfonso aveva raccontato a Ramperto che la stessa lettera era stata marchiata a fuoco anni prima sulla fronte di Adelaide. <È chiaro che anche in questo caso si tratta di un giudizio, di una condanna morale – aveva detto il Vescovo -. Quanti omicidi avremo ancora se non sapremo trovare gli assassini?>.

<Pensavo che sarebbero stato dieci, come i dieci comandamenti – aveva risposto il suo attendente –, ma poi Adelaide mi ha fatto pensare ai peccati capitali descritti nei “Proverbi”: “Sei cose odia il Signore, anzi sette gli sono in abominio: gli occhi alteri, la lingua bugiarda, le mani che spargono sangue innocente, il cuore che medita disegni iniqui, i piedi che corrono frettolosi al male, il falso testimone che proferisce menzogne e chi semina discordie tra fratelli”. Non pensare al nostro modo di semplificare i peccati capitali: superbia, invidia, gola, lussuria, ira, avarizia e accidia. In realtà, non sono scritti così, lo sai bene. È vero, potremmo dire che Anna è stata indicata come colpevole di lussuria. Ancora, tuttavia, non l’aveva commessa, a meno che chi l’ha uccisa non pensasse alla sua relazione col ragazzo celta. Consalvo era colpevole d’ira, Jacopo era ebreo, prestava soldi a usura perché la sua religione glielo consentiva. Era avaro? Sì, tutti sanno che lo era. Beltramo era considerato da molti, anche da Gusberto e Ronalda, un campione di accidia e padre Matteo era certamente un superbo. Ma seguendo questa regola chi pensate che ammazzeranno, adesso? Mancherebbero l’invidia e la gola. Uccideranno, dunque, l’uomo più grasso della città? Oppure chiunque abbia manifestato di possedere la casa del vicino o la fortuna in affari dell’amico mercante? Se invece ragioniamo secondo i “Proverbi”, e dobbiamo farlo, perché la prova della correttezza del ragionamento di Adelaide ce la danno le ultime parole di Michele: “occhi alteri”, dobbiamo accoppiare Consalvo a “Mani che spargono sangue innocente” per aver ucciso almeno una delle sue figlie, Jacopo a “Lingua bugiarda” per aver frodato il collega dicendo una menzogna o, meglio, tacendo la verità; Beltramo ai “piedi che corrono frettolosi al male” perché aveva imboccato una strada che, secondo chi lo ha ucciso, così come secondo Gusberto e Rolanda, lo portava diritto al male>.
<E quale frase si attaglierebbe ad Anna?> Non seminava discordie tra i fratelli e non aveva testimoniato il falso. Forse il suo cuore meditava “disegni iniqui”. Voleva fare la prostituta, ma poteva saperlo solo Adelaide, che aveva fatto in modo che la giovane li abbandonasse e quindi il peccato non è stato commesso. Dobbiamo indagare su Anna perché forse è lei la chiave di lettura di tutto. In fin dei conti è stata la prima ad essere uccisa>.

<Io so quello che tu stai cercando di dire senza offendermi – aveva incalzato il Vescovo -. Vuoi dirmi che Gusberto aveva tutte le ragioni per fare sparire Anna. Certo non avrebbe mai sposato la sorella di una prostituta. Forse l’ha fatta seguire, forse le sue spie hanno visto entrare la ragazza nella casa di Adelaide. Jacopo, come ricordavi, era ebreo e il gruppo di Michele da tempo sosteneva che gli ebrei dovessero essere buttati fuori dalla città. Anche molti mercanti lo pensano, perché sostengono che con la possibilità di prestare denaro ad usura fanno concorrenza sleale ai colleghi cristiani. È evidente che i piedi di Beltramo, secondo i canoni di Gusberto, stavano correndo velocemente al male sfidando gli ordini del padre e mettendosi al servizio delle prostitute. Quanto a Consalvo, sarebbe stato un suocero tanto iracondo quanto scomodo. Michele, infine, era certamente superbo, io stesso ho condannato la sua alterigia nei miei confronti. Probabilmente Gusberto se n’è servito, ma ormai lo giudicava un ostacolo e voleva la sua posizione alla guida del gruppo. Credi che io non abbia capito perché ha scelto una moglie muta? Perché non arrivasse alle mie orecchie il fatto che sarebbe rimasta vergine dopo il matrimonio. Sapeva che solo se si fosse sposato io gli avrei concesso l’ordinazione, la chiesa delle Vigne e le terre. Ha calpestato suo padre e in questo io sono stato suo complice. Mi ha usato e io gliel’ho permesso. Poi ha calpestato anche me>.

<Non nascondo di ritenere Gusberto capace di molte nefandezze – aveva detto Alfonso -. Avevo capito le sue intenzioni sin da quando era partito per la scuola monastica, ma se ve le avessi dette voi avreste pensato a una forma di gelosia nei suoi confronti. Voi l’amate molto, Ramperto. Ora, il suo tradimento ve lo mostra capace di qualsiasi cosa. Non dimenticate, però, che il ragazzo non tradirebbe una cosa e una cosa soltanto: la sua anima. Non ucciderebbe non perché sia virtuoso, ma perché teme troppo di vedere le porte dell’inferno che si schiudono. Io non credo che sia colpevole. Forse sa qualcosa. ma non è nè il mandante nè tantomeno l’autore dei delitti. Alcuni degli uomini che sono stati uccisi avrebbero potuto sopraffarlo: Consalvo, Jacopo, forse persino Beltramo e padre Matteo. No, non è l’autore dei delitti né il mandante, ne sono certo. Forse, però ne è l’ispiratore, magari inconsapevole. Oppure, sì, si rende conto degli effetti delle cose che va predicando e, sentendosi comunque libero da responsabilità morali dirette, continua a sputare sentenze attendendo che qualcuno le esegua. Sinceramente ho pensato a Rolanda. Ma certamente non può aver agito da sola>.

<Bene, la farò sorvegliare – aveva concluso il Vescovo -. Ora dammi ascolto: vai dalla tua Adelaide. La mia idea di vivere di riflesso le gioie di una famiglia, rinunciando a quelle dell’amore, ci ha portato a tutto questo. Tu inseguilo, l’amore, visto che lo possiedi e lui ti possiede nel profondo, con la stessa intensità con cui tu vorresti possedere il sapere. Travestiti come puoi perché non ti riconoscano e vai al porto. Stanotte, con tutto questo trambusto, nessuno si accorgerà della tua assenza. Io continuerò a riflettere sulle ultime parole di padre Michele: “occhi alteri”… quelli di una persona che ha un’eccessiva considerazione di sè. “Superbia, malizia e la volontà di fare del male”… Infine, “Diaboli janua”… La porta del diavolo. Sì, è così. E se avessi inteso male la sillaba finale delle parole e ora stessi confondendo i casi delle declinazioni latine e confondessi soggetti e complementi? Se con Janua avesse semplicemente inteso il nome della città e le due parole fossero staccate, pezzi di un discorso più ampio? Magari è stato solo il delirio di un uomo terrorizzato dal Male che si appresta a incontrarlo. Potrebbe essere solo l’ultima delle sue farneticazioni piene di demoni, peccato e paure>. Alfonso, però, non lo stava già più ad ascoltare. Col corpo era lì, ma con la mente aveva già raggiunto Adelaide.

©Monica Di Carlo. Tutti i diritti riservati. Vietati la riproduzione anche parziale del testo e qualsiasi uso non autorizzato dall’autore

[1] Tre dei nomi del demonio secondo Oddone da Cluny, il secondo abbate dell’Abbazia di Cluny, 875-942 . Ogni nome era utilizzato per indicare uno dei vizi del demonio, nell’ordine: superbia, lussuria e malitia nocendi e diventava esso stesso uno dei nomi del Maligno.

[2] “L’Eterno odia queste sei cose, anzi sette sono per lui un abominio: gli occhi alteri, la lingua bugiarda, le mani che versano sangue innocente, il cuore che concepisce progetti malvagi, i piedi che sono veloci nel correre al male, il falso testimone che proferisce menzogne e chi semina discordie tra fratelli.” (Proverbi 6:16-19).

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