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IV CAPITOLO – “Della fine di un figlio ribelle e delle tentazioni della lussuria”

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IV CAPITOLO
“Della fine di un figlio ribelle e delle tentazioni della lussuria”

Il cadavere appena poggiato sul sagrato della chiesa era quello di Beltramo, uno dei servi di Adelaide. Anche lui aveva la testa spaccata, proprio come Anna e sulla fronte l’assassino aveva tracciato col coltello una profonda croce. La ex prostituta aveva raccolto il ragazzo un paio di anni prima, sporco e affamato, perché il padre lo aveva buttato fuori di casa. Aveva appena 12 anni e la sua colpa era quella di non aver rispettato il volere del padre Ariperto, comandante delle guardie del vescovo, che lo voleva militare. Lui, invece, non aveva alcuna intenzione di addestrarsi ad uccidere. Non voleva andare via dalla sua città. Non amava i sistemi violenti del genitore. L’unica cosa che desiderasse era suonare il suo flauto. E magari, per vivere, fare il pastore di greggi. Gli piaceva così tanto stare con gli animali, ma il padre, ovvio, non approvava. Tra loro erano nate diverse liti che degeneravano puntualmente in risse, con Beltramo a difendersi come poteva dai colpi del padre e questo a menare di randello. Una volta per impedire al genitore di avanzare col bastone gli aveva tirato uno sgabello, colpendolo in fronte. Per questo era stato buttato fuori di casa col suo strumento musicale per non essere mai più riammesso. Beltramo si era adattato a vivere all’addiaccio e a mangiare grazie alla generosità di chi, ascoltando la sua musica, gli allungava un uovo, un pezzo di pane, a volte persino una moneta. Talora la madre mandava qualcuno a portargli un mantello nuovo, un po’ di cibo, qualche soldino. Ma il marito se ne era accorto e l’aveva chiusa in una stanza di cui soltanto lui aveva la chiave. La più anziana delle prostitute che vivevano nella casa di Adelaide, sorella della madre del ragazzo, aveva pregato la tenutaria di accoglierlo come servo. E lei era contenta di averlo fatto perché Beltramo era un ragazzo sveglio e leale e la sua musica era deliziosa. Quel giorno aveva mandato proprio lui al mercato, a vedere se poteva incontrare il servo di Alfonso. Lì Beltramo aveva invece incontrato il padre, di ronda con alcuni dei suoi soldati. Avevano litigato. Come sempre, era stato il militare a provocare il figlio: gli aveva detto che era servo delle prostitute e che disonorava la sua casa. Poi, senza che il giovinetto rispondesse, l’uomo aveva afferrato uno dei bastoni che stavano appoggiati vicino alle ceste di un venditore di mele. Beltramo, approfittando della distrazione del padre, era scappato via correndo in un vicolo e tutti, verdurai e clienti, erano scoppiati a ridere. Perché il comandante delle guardie era ormai vecchio e goffo e si muoveva con lentezza mentre il ragazzo era agile. Se il giovane avesse voluto avrebbe preso anche lui uno dei bastoni e lo avrebbe potuto spaccare sulla schiena al comandante delle guardie prima che questi riuscisse a brandire quello che aveva raccolto. Ma Beltramo aveva preferito scappare per non doversi confrontare col genitore pur sapendo che, ormai, sarebbe stato capace di ridurlo a mal partito. Non se la sentiva di picchiarlo, perché lui era fatto così. Era buono anche con chi non gli voleva bene, ma questo, quella pettegola Ronalda, che era arrivata in cattedrale per i vespri e diceva di essersi trovata al mercato proprio all’ora V, non lo raccontava. Diceva, invece: <Quel piccolo demonio non rispetta il padre e la madre. Ha preferito vivere in mezzo alle meretrici piuttosto che servire i suoi genitori e il Vescovo. In quella casa di donne senza Dio si sarà certamente reso responsabile delle più disgustose turpitudini. Non sto a dirvi qui, proprio sul sagrato della chiesa, di cosa sono capaci le prostitute. Anzi, nemmeno arrivo pensare a cosa possono arrivare per offendere l’Altissimo>. La “pia donna” non la smetteva di sputare sentenze. Rovesciava sui molti che le si erano fatti attorno per sapere, pensando che fosse stata testimone del delitto, fiumi di maledizioni nei confronti di quelle <donne malvagie, mogli di Satana>, ammoniva gli uomini a non “frequentarle” e le donne a badare che i loro uomini non fossero <presi dagli incantesimi> che certamente quelle megere sapevano fare per procurarsi i clienti e far dimenticare loro <la retta via e l’amore di Dio>. Sì. Certamente, affermava, quelle donne avevano iniziato il giovane <alle loro pratiche sessuali che offendono l’Altissimo e forse anche alla magia dei pagani> che, Ronalda ne era certa, ancora viveva proprio grazie alle meretrici e tutti coloro che rifiutavano <la Grandezza di Dio>, <irriconoscenti per la via della salvezza che Lui aveva indicato agli uomini>. Quindi ricominciava ad accennare i particolari delle pratiche erotiche alle quali certamente Beltrando era stato iniziato e parlando si copriva gli occhi con le mani, come se non volesse vedere l’immagine che stava dipingendo con le sue stesse parole. Le espressioni del volto, se possibile, erano ancora più esplicite di quello che stava dicendo. Se il prete non avesse conosciuto così bene il ragazzo, anche lui avrebbe pensato che, infondo, quella fine se l’era cercata e meritata. Alfonso si era trovato a perdere un’altra volta la calma. E se in piazza non fosse arrivato in quel momento il padre del defunto forse l’avrebbe persa del tutto e avrebbe insolentito una buona volta come meritava quella “pia donna”, che sull’altare, ben più in alto di Cristo, metteva la calunnia e la maldicenza. Il prete era fortunato perché proprio nel momento in cui stava per sbottare, Ariperto era arrivato di corsa dopo essere stato avvertito dai suoi soldati di quanto era accaduto. L’attenzione di tutti quelli che si erano radunati sulla piazza si era spostata dalla comare all’uomo che avanzava claudicando mentre la folla si apriva davanti a lui. A rompere il silenzio che si era creato al suo passaggio fu un grido del comandante, disperato e prolungatissimo. L’urlo di una bestia ferita. Alfonso aveva lasciato che il militare si piegasse sul cadavere del figlio. Quindi aveva fatto segno a tutti di entrare in chiesa per i Vespri e, dopo essersi sincerato che fosse entrata anche Ronalda, aveva alzato a forza per le spalle il comandante che si era inginocchiato vicino al corpo del giovane e ne fissava il volto devastato. <Ariperto, vieni dentro con me, dobbiamo parlare> aveva detto Alfonso. Poi, lo aveva accompagnato nel convento, anzi, lo aveva quasi trascinato nel chiostro e, poi, nel suo studio. Il padre di Beltramo si era lasciato condurre all’interno senza dire una parola. Sembrava assente, chiuso nel suo dolore a lottare coi complessi di colpa, lo sguardo nel vuoto. Il prete lo aveva fatto sedere ne, aveva comandato ai servi di portargli un boccale di birra. Ariperto era voltato verso Alfonso, ma sembrava non vederlo. Allora il sacerdote aveva provato a richiamare la sua attenzione alzando il tono della voce: <Lo sai che in piazza si dice che sia stato tu ad uccidere tuo figlio?>. Ma l’uomo ancora non lo aveva ascoltato. Non aveva nemmeno cambiato espressione: era evidentemente in stato di choc. <Coraggio, dammi le chiavi della stanza dove hai rinchiuso tua moglie – aveva continuato Alfonso -. Ha diritto ad abbracciare il corpo di suo figlio prima della sepoltura>. Solo in quel momento il capitano delle guardie si era scosso dal torpore. Aveva portato la mano alla cintura, aveva preso la chiave e l’aveva allungata al sacerdote. Quando Alfonso lo aveva sfiorato per agguantare quello che il militare gli stava porgendo, Ariperto era scoppiato a piangere. Aveva finalmente trovato la forza di dare sfogo alla disperazione per la perdita di quel figlio che tanto aveva osteggiato. <Beltramo mi ha dato tanto dolore – diceva, ora, tra i singhiozzi -. Ma la punizione che gli ho inflitto è stata davvero troppo grande. Voleva fare il musicista in un mondo di guerrieri e mercanti e io non potevo accettarlo. Sarebbe stato un disonore. Tante volte ho pensato di riprenderlo in casa, persino di dirgli che se avesse voluto poteva fare il pastore e io stesso gli avrei comperato le pecore. Ma alla fine il mio orgoglio aveva sempre avuto il sopravvento, persino sul dispiacere di non potermi avvicinare a mia moglie che mi lasciava accostare nemmeno quando le portava il cibo e non mi rivolge la parola. Da qualche tempo non mangiava quasi più, quasi come se si stesse lasciando morire. Che le dirò adesso?>. Alfonso aveva consegnato le chiavi a un servo, perché andasse a prendere la donna e nel frattempo aveva parlato a lungo col capitano delle guardie. Non era stato lui a uccidere il ragazzo.

Da quando Beltramo era scappato dalla piazza di San Giorgio, era rimasto sempre coi suoi soldati che potevano testimoniare la sua innocenza, ancorché lui ritenesse se stesso comunque responsabile della fine del figlio perché aveva capito che averlo abbandonato equivaleva ad averlo messo nelle condizioni di essere assassinato. No, non era stato Ariperto a uccidere il ragazzo a bastonate e, tantomeno, a incidere la croce sulla sua fronte. E allora, chi poteva essere stato? Chi odiava a tal punto il giovane flautista? Era evidente che i due omicidi erano legati e l’unico collegamento che al prete venne in mente era Adelaide. Come padrona di Beltramo, Alfonso poteva interrogarla, incontrarla senza suscitare scandalo, persino andare nella sua casa, accompagnato magari da un paio di guardie. Aveva affidato Ariperto a due servi, perché, come aveva minacciato, non facesse sciocchezze e uscì dal convento con due guardie. Sul sagrato Gusberto e Ronalda stavano parlando alla luce delle fiaccole. La donna stava ripetendo il suo monologo contro Beltramo mentre Gusberto assentiva con un gelido mezzo sorriso che sembrava di compiacimento, la testa leggermente inclinata verso sinistra. In quel momento dalla curva della strada era spuntata Adelaide con due servi che reggevano delle lanterne. Dal mantello scuro spuntavano lombi del vestito rosso che era costretta a portare quando usciva per strada. Quando era arrivata abbastanza vicina a lui, Alfonso aveva visto che aveva gli occhi pieni di lacrime. Gli sembrava bellissima, coi suoi capelli castano scuro “rigati” da quelli bianchi che ormai non erano pochi, i boccoli che le cadevano sulle spalle e la fascia sulla fronte che, oltre a coprire il marchio della vergogna, evitava che i ciuffi le coprissero il volto. La luce delle fiaccole, ora che si era avvicinata ancora di più, faceva danzare le ombre sul volto e sui riccioli. Il prete aveva faticato a reprimere l’istinto di correrle incontro e di abbracciarla. Ogni volta che incontrava Adelaide doveva fare ricorso a tutte le sue forze per ricordare di essere un prete e poi frenare gli istinti e respingere le sensazioni che gli avviluppavano il corpo facendo salire il calore dai piedi fino alla testa e provocandogli erezioni che, nonostante non fosse più giovanissimo, arrivavano ad essere persino dolorose, alle quali seguiva puntualmente un forte male all’addome che proseguiva per alcune ore. Era l’unica donna che avesse mai desiderato fatta eccezione per una giovinetta che, quando era in seminario, passava ogni giorno col suo mulo davanti alla porta del convento. All’epoca non era ancora prete e nel suo letto, nel camerone, si era lasciato andare ad atti impuri, pensando alla ragazzina. Il vecchio monaco che badava ai seminaristi se ne era accorto e lo aveva costretto a dirlo in confessione. Gli aveva dato una punizione esemplare, costringendolo a stare inginocchiato davanti all’altare a pregare per tre giorni e tre notti, senza mangiare e senza mai alzarsi se non tre volte al giorno per andare a fare pipì. Gli aveva detto che disperdere il seme era peccato mortale e che sarebbe finito all’inferno e aveva infarcito i suoi racconto di immagini terribili, di diavoli con la frusta di fuoco e di animali feroci che sbranavano il cuore dei dannati. Alfonso si era spaventato così tanto che non lo aveva fatto mai più. Alcuni suoi compagni avevano deciso di sposarsi prima dell’ordinazione, come era consentito, altri lo fecero scegliendo però, di non proseguire la via del sacerdozio. Lui, che era giovane e per questo pieno di certezze, aveva pensato che non esistesse donna che potesse e avesse il diritto di distrarlo da Dio. Aveva continuato a pensarlo fino a quando aveva conosciuto Adelaide. E non perché era bellissima. Non solo. Era colta, intelligente. Anche se era donna, era una delle poche persone con le quali valesse la pena di passare un pomeriggio a discutere e dalle quali potesse imparare qualcosa. Non era esatto dire che lo distraesse da Dio. Piuttosto lo “accompagnava” nella sua mente con un pensiero che Alfonso badava bene a tenere sempre coesistente e mai alternativo per evitare di cadere nel peccato. Quasi sempre riusciva a controllare l’istinto e a riservare il piacere alla mente. Era come infliggersi una punizione peggiore di quella che aveva scelto per lui il vecchio monaco. Del supplizio della continenza arrivava persino a provare piacere. Era una forma di autolesionismo, se vogliamo, di masochismo. In fin dei conti una perversione, l’unica che la sua morale gli concedesse. Così il prete godeva nell’“ascoltare” la sensazione di fastidio al basso ventre quando, non avendo concluso l’erezione con la polluzione, rimaneva prima dolorante e poi indolenzito per ore. Pensava che era più o meno quello che potevano provare coloro che, come il suo Vescovo, portavano il cilicio. Quando gli accadeva, Alfonso entrava in uno stadio quasi ipnotico, nel quale faticava a respingere nella sua mente i pensieri peccaminosi che si presentavano. Era come lottare contro un drago che gli stava dentro. E se, per caso, gli capitava di addormentarsi, perdeva il controllo e non poteva evitare che nel sogno si sviluppasse ciò che da sveglio bandiva con fatica dalla propria immaginazione. Allora, vedeva il seno grande di Adelaide tra le sue mani, sentiva la sua bocca fremere contro quella della donna, gli pareva di percepire anche il suo profumo di femmina e alla fine, nel momento del più profondo piacere, si svegliava sudato e si rendeva conto che era troppo tardi per evitare che le lenzuola si imbrattassero del suo sperma, proprio come quando era seminarista. Quando incontrava Adelaide, magari dopo parecchi giorni, non poteva fare a meno di essere imbarazzato, quasi come se lei potesse intuire quanto tra di loro era accaduto in sogno. Allo stesso tempo, il loro grado di affinità, quasi di complicità, aumentava, così come cresceva quando discutevano di un passo della Bibbia, dei libri di Sant’Agostino e di quel poco che era rimasto di quanto scritto da Ario o della dottrina di Origene Adamantio. Aveva insegnato ad Adelaide anche il greco e adesso lei poteva leggere da sola come Origene ritenesse che il Figlio fosse un attributo del pensiero del Padre e come Ario, pur non negando la Trinità, subordinasse il Figlio al Padre attribuendo al primo il ruolo di semidio, non identificabile col Dio stesso. I due discutevano per ore e Alfonso era sempre molto attento a non perdere mai di vista la retta via, tracciata dal concilio di Nicea: niente matrimonio dopo l’ordinazione. Quando Adelaide gli chiedeva se era certo di quanto sosteneva, Alfonso, per paradosso, usava una frase di Ario: <Non fatevi uccidere per le mie opinioni. Potrei avere torto. A nessun uomo è dato il privilegio di non sbagliare>. Allora lei scoppiava a ridere, gettando indietro la testa e allungando quel suo meraviglioso collo bianchissimo nel quale il prete avrebbe voluto affondare le labbra, spingendo il naso nei suoi capelli che profumavano di acqua di rosmarino. Ad Alfonso non restava che buttarsi nuovamente nella discussione per evitare di essere travolto dai sensi, per respingere il desiderio di avvicinare il suo volto a quello di Adelaide. Un paio di volte, forse tre, non era riuscito a trattenersi. Le aveva baciato la fronte dove erano già comparse le prime rughe. Una volta aveva persino posato le sue labbra su quelle della donna. Le aveva appena sfiorate e poi le aveva chiesto scusa. Era stato male per diversi giorni e aveva faticato a trovare il coraggio di rivederla. Anzi, non lo avrebbe mai fatto se non fosse stata lei a chiamarlo, scrivendogli un messaggio: <Perciò la volontà retta è un amore buono, la volontà perversa è un amore cattivo. L’amore che aspira a possedere ciò che ama, è desiderio; quando lo possiede e ne gode è letizia; quando fugge ciò che gli ripugna, è timore; quando sente ciò che accade, è tristezza. Questi sentimenti sono dunque cattivi quando l’amore è cattivo, buoni quando l’amore è buono> gli aveva scritto la donna. Nemmeno una riga di più. Alfonso non poteva non capire immediatamente che il suo tentativo di allontanarsi da Adelaide era già miseramente fallito. Perché doveva privarla della possibilità di imparare? In fondo quello che doveva fare non era solo offrire a Dio la rinuncia ai propri istinti, un dono tanto più prezioso tanto più la tentazione sarebbe stata forte. Poi gli era venuta in mente una frase del “De Ordine”: “Melius scitur Deus, nesciendo”[1]. Forse non faceva il bene della donna a insegnarle tutte quelle cose. Voler “essere maestro” era certamente un peccato d’immodestia e voler essere precettore e, per di più, di una donna prostituta era il peggio del peggio. I più l’avrebbero considerato totalmente inutile, oltre che sconveniente per un sacerdote. Molti preti e probabilmente anche il suo vescovo avrebbero storto in naso o addirittura lo avrebbero condannato se avessero saputo che insegnava a una prostituta. Non poteva e non voleva nascondersi dietro a un dito, ammantando il suo operato di nobiltà d’animo: insegnava ad Adelaide soltanto perché amava farlo. In primo luogo, inutile negarselo, gustava minuto dopo minuto il piacere di starle vicino. Poi non vedeva altra opportunità per confrontare le proprie opinioni con quelle di una persona che sapeva di cosa parlava e allo stesso tempo era libera dalla sovrastruttura della rigida scuola del seminario. Anche lui, tornando a studiare insieme ad Adelaide, aveva imparato molte cose rileggendo brani che da ragazzo, quando li aveva imparati a memoria, non aveva capito veramente. Inoltre si era arricchito di un’umanità che nessun maestro avrebbe potuto insegnargli e che il seminario non gli aveva mai offerto. Vedendola, ora, sul piazzale della cattedrale, con le fioche fiammelle delle lampade e delle fiaccole a disegnarle una danza di luce sui capelli e sul volto e a farla ancora più bella, si era chiesto onestamente se per caso tutte le sue elucubrazioni non fossero semplicemente il tentativo di ricercare un alibi e il suo non fosse semplicemente un deprecabile amore materiale. Non era quello, si era subito detto, il momento per scoprirlo. Lo aveva pensato con sollievo convalidando da solo la validità dell’alibi che aveva trovato, perché decisamente non aveva voglia di affrontare la discussione con se stesso, l’unica persona che non poteva ingannare con l’esercizio della dialettica. A vedere sul sagrato Adelaide, Ronalda aveva fatto un balzo all’indietro, inorridita, mentre Gusberto aveva la faccia di chi si scopre nel piatto un cibo che non gradisce. Alfonso con grande prontezza aveva detto ai due: <Molto bene, ciò mi risparmia l’incomodo e l’imbarazzo di raggiungere la casa di meretricio. La padrona di Beltramo è giunta fino a qui giusto al momento di farsi interrogare>. Poi aveva chiesto a Gusberto di accompagnare Ronalda fino a casa, visto che ormai era buio, ottenendo, così, di toglierseli dai piedi entrambi in un sol colpo. L’aspirante prete avrebbe voluto trovare qualcosa da rispondere per svincolarsi e assistere all’interrogatorio, ma la comare si era già avvinghiata al suo braccio e lui non era stato abbastanza svelto nel pensare una scusa valida per smarcarsi. Nel frattempo Alfonso si era avvicinato ad Adelaide e l’aveva invitata con formalità a seguirlo nel convento. Quel tono gelido aveva sorpreso e spaventato la donna che, comunque, aveva detto ai servitori di attenderla in quel punto e con l’attendente del vescovo si era avviata verso il portone.

Quando gli era sembrato di essere abbastanza lontano da Gusberto, Alfonso, che aveva intuito lo stato d’animo di Adelaide, le aveva sussurrato di stare tranquilla. Proprio in quel momento stava arrivando la madre di Beltramo. Non piangeva, non gridava. Il prete aveva pensato che ancora non sapesse. E, invece subito gli si era fatta incontro per chiedergli di vedere il cadavere del figlio. Non aveva detto una parola di più, non aveva chiesto chi l’avesse ucciso. Probabilmente aveva dato per scontato che il colpevole fosse il marito. <Non è stato Ariperto> le aveva detto Alfonso. Ma lei aveva risposto che Beltramo aveva incominciato a morire quando il padre lo aveva buttato fuori di casa e che per nessun motivo avrebbe mai perdonato il marito. Poi si era rivolta ad Adelaide e l’aveva ringraziata per aver accolto il suo povero bambino e per essergli stata madre come e meglio di quanto lei avesse saputo essere. La prostituta le aveva risposto solo <Troveremo l’assassino> ben sapendo che era una bugia, ma la donna aveva risposto che l’assassino, per lei, aveva già un nome e un volto. Aveva poi chiesto al prete di aiutarla a entrare come serva in un convento di suore. <L’unica cosa che non sopporterei – aveva detto – sarebbe quella di dover vivere ancora con chi ha ucciso mio figlio>. Alfonso non aveva saputo trovare parole per contrastare la tesi di una madre disperata, aveva promesso di aiutarla e l’aveva affidata a uno dei monaci del convento perché la conducesse dal corpo di Beltramo e quindi la ricoverassero in una delle celle vuote di San Siro, in attesa di trovare una definitiva collocazione. Aveva fretta di parlare con Adelaide prima che tornasse Gusberto. Aveva guadagnato ad ampie falcate la biblioteca facendo strada alla donna. Lì, dove le lampade rischiaravano un grande tavolo ingombro di libri, l’aveva fatta entrare e aveva chiuso la porta alle sue spalle. Adelaide gli aveva chiesto subito se avesse idea di chi avesse ucciso Beltramo. Alfonso le aveva risposto che sperava di avere da lei qualche elemento e le aveva detto di essere in cerca di indizi che collegassero in qualche modo la morte del ragazzo con quella di Anna. <L’unico collegamento possibile – aveva risposto lei – sono io>. Lui la invitò a non scherzare, ma la meretrice lo aveva invitato a riflettere. Gli aveva raccontato quello che nella notte aveva visto al porto. Alfonso le aveva detto della croce incisa sulla fronte di Beltramo, del tutto simile alla P disegnata col coltello su quella di Anna. <È evidente che per la città gira un folle – aveva aggiunto il prete -. Hai ragione, entrambi gli omicidi sono stati commessi nel tuo ambiente. Nessuno è più sicuro. In particolare tu e le persone che abitano nella tua casa. Sarebbe meglio che tu andassi fuori città per qualche tempo>.
<Per niente al mondo abbandonerei le mie donne e i miei servi al pericolo> aveva risposto la prostituta.
<Allora promettimi che né tu né le sue donne uscirete da sole> aveva concluso Alfonso, pur rendendosi conto che non sarebbe riuscito a convincere Adelaide. Lei aveva risposto che avrebbe assoldato alcune guardie per difendere la sua casa, poi si era congedata dicendo che se avesse saputo qualcosa gliel’avrebbe immediatamente fatta sapere. Ad Alfonso non era rimasto che accompagnarla alla porta. Aveva deciso di farla scortare a casa, oltre che dai suoi servi, anche da due uomini armati. Lei, stranamente, quella volta, non aveva discusso. Il prete aveva pensato che ora avesse davvero paura.

[1] “Dio si conosce meglio nell’ignoranza”, Sant’AgostinoIV Capitolo

 

©Monica Di Carlo 2015 – Tutti i diritti sono riservati. Vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso dell’autore.


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