Orrore (Genova 935)

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Capitoli V e VI – “Del matrimonio della muta e delle intemperanze del padre suo” e “Di una morte non rimpianta e del desiderio di eccellenza perversa”

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V e VI CAPITOLO
IV CAPITOLO

III CAPITOLO

II CAPITOLO

ORRORE PRIMO CAPITOLO

V CAPITOLO

(Del matrimonio della muta e delle intemperanze del padre suo)

Il giorno del matrimonio era arrivato. La cerimonia contrariamente al fidanzamento, era stata organizzata in cattedrale per volere del Vescovo. Ramperto aveva atteso il suo pupillo all’ingresso della chiesa, subito dopo il portale. Gusberto e Gismunda erano vestiti di rosso come voleva la tradizione. Nonostante le proteste di Gusberto, era stato il Vescovo a pagare l’abito della ragazza perché desiderava che nessuno potesse rimproverare il suo pupillo di eccessiva parsimonia e Carlo certo non poteva farsi carico di quella spesa. Gismunda era arrivata coi lunghi capelli sciolti, coperti come tutto l’abito da un velo bianco che, dopo lo scambio degli anelli, era servito a coprire anche lo sposo sotto un simbolico “unico tetto”. Al momento della comunione, Ramperto aveva spezzato una sola ostia e ne aveva dato metà alla moglie e metà al marito, che poi avevano bevuto il vino santo dallo stesso calice. Usciti dalla chiesa, la nuova coppia, i parenti e i pochissimi invitati erano andati a rendere omaggio ai morti nel retrostante cimitero. Nel sagrato la sorella e il cognato di Gismunda, coi loro figli, avevano tirato alla coppia manciate di grano, tradizionale auspicio di fertilità ed abbondanza. Gusberto, lasciando senza parole persino il Vescovo, aveva gridato di smetterla di lordare il suo matrimonio con sacrileghi riti pagani. Era stato lo stesso Ramperto, persa la pazienza, a esortarlo a non essere troppo rigido e a chiedergli di fare di quella giornata un’occasione di festa per tutti. In fin dei conti, gli aveva detto, a tutti i matrimoni c’era chi tirava grano agli sposi.
Giunti al camposanto per la tradizionale visita ai parenti defunti, Alfonso aveva trovato il modo di indicare a Maria la sepoltura della figlia Anna, sulla quale era stata sistemata una croce di ferro senza nome. La donna gli aveva sorriso con riconoscenza e lui l’aveva tirata da parte per dirle sottovoce che l’indomani, quando il marito fosse uscito di casa, lei e il figlio avrebbero trovato un uomo con un carro davanti alla porta della bottega. Li avrebbe portati in un’altra città dove sarebbero stati ospitati sotto falso nome e dove il ragazzo avrebbe potuto lavorare come aiutante di un mercante. Maria lo stava ringraziando quando lui le fece segno di fare silenzio perché, alle loro, spalle Ronalda era tutta tesa a cercare di capire cosa si stessero dicendo. La “pia donna” si era invitata da sola al matrimonio. Si era presentata sul sagrato della chiesa di buon mattino e, siccome Gusberto non aveva madre, si era offerta di portarlo all’altare. Il giovane ne era stato felice e per la prima volta Alfonso lo aveva visto sorridere. I due erano certamente molto simili, nonostante lei fosse ignorante e lui avesse studiato in seminario. Erano entrambi d’animo maligno ed entrambi erano eccessivamente rigidi su tutto quello che riguardava le cose di fede. Certo, non doveva essere lui, un prete, a rimproverare a Ronalda e Gusberto la cieca aderenza formale ai dettami della Chiesa, tuttavia non poteva fare a meno di pensare che un po’ più di umanità non avrebbe fatto male a nessuno dei due. Insomma, andava bene che la donna non si perdesse una celebrazione e che il ragazzo volesse fare dono della propria esistenza al Signore, ma nel Vangelo di Matteo non sta forse scritto forse “Amerai il prossimo tuo come te stesso”? La “pia donna” non avrebbe dovuto forse anche lei da fare i conti col Giudice divino per l’inosservanza del comandamento di non desiderare la roba d’altri, cioè la casa del proprio vicino? E Gusberto non ignorava ormai da anni il comandamento di rispettare il padre? Eppure entrambi erano convinti che la fine della povera Anna fosse stata in qualche modo giusta perché aveva fornicato, se non nella casa di Adelaide, certamente prima, quando era rimasta incinta. Erano sicuri che Beltramo avesse ricevuto solo ciò che gli spettava perché si era accompagnato a prostitute e, soprattutto, non aveva rispettato il padre. Che differenza c’era tra il comportamento di Beltramo e quello di Gusberto? <Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo?> scrive Luca nel suo Vangelo. Alfonso si era detto che il ragazzo era senza ombra di dubbio portato più a vedere le altrui pagliuzze che ad individuare le proprie travi. Non era forse per questo identico che lui stesso pensava che il suo peccato, l’amore per Adelaide, fosse un male minore rispetto ai peccati di Ronalda e di Gusberto? Chi era per giudicare l’operato altrui? Certo che se la “pia donna” avesse avuto qualche anno in meno sarebbe stata la moglie perfetta per il giovane. Il prete pensava che, invece, la povera Gismunda col marito alla quale si era appena condannata avrebbe avuto vita grama, ma sapeva anche che non sarebbe stata peggiore di quella che il padre le imponeva. Avrebbe avuto, quantomeno, una casa migliore di quella dove aveva vissuto fino a quel momento. Un pensiero dietro l’altro, un passo dopo l’altro, Alfonso era arrivato insieme al corteo nuziale dentro il convento, dove era stato allestito il banchetto. Si era curato di sedersi accanto a Carlo che fino a quel momento non aveva detto una sola parola, badando bene di non dare incomodo al figlio e di non fare niente che potesse metterlo in imbarazzo. Era soltanto un contadino, pensava di se stesso. Non si sentiva a suo agio. Il prete lo aveva capito sin dal primo momento. Arrivato sul sagrato prima del figlio, il major se ne era stato in un angolo e quando Gusberto era arrivato non si era mosso, ben sapendo che il ragazzo non avrebbe gradito il suo saluto. Alfonso aveva visto il padre commuoversi al momento dello scambio degli anelli e, di nuovo, quando erano arrivati davanti alla sepoltura della moglie, nel cimitero. Dalla bocca di Carlo, però, fino a quel momento, non era uscita una sola parola. Solo quando il prete gli aveva rivolto la parola per chiedergli come stesse – la prima cosa che gli era venuta in mente di dire tanto per attaccare discorso – il Major aveva annunciato ad Alfonso che aveva deciso che si sarebbe ritirato nei terreni che gli erano stati affidati dalla cattedrale in Val Polcevera. Aveva spiegato che in città non aveva più molto da fare e che soffriva troppo del fatto che il figlio si vergognasse di lui e del suo mestiere. Naturalmente avrebbe dato alla cattedrale il tempo per trovare la persona giusta che lo sostituisse. Il segretario del vescovo lo aveva capito perfettamente e gli aveva detto che avrebbe fatto di tutto per aiutarlo ad abbandonare il suo incarico il prima possibile.
Il pranzo era proseguito in un’atmosfera irreale. I bambini, che volevano giocare, erano stati sgridati da Gusberto che li aveva costretti a stare seduti davanti alle assi di legno poggiate sui cavalletti sul quale erano poggiate
le vivande e così, dopo aver pianto un po’, si erano addormentati sulle panche. Carlo mangiava lentamente, gli occhi fissi sulle mani unte con cui si portava il cibo alla bocca avidamente, gustando ogni boccone di un pranzo che così ricco che non l’aveva mai nemmeno immaginato. Sui tavoli erano state depositate diverse portate: un’intera coscia di vacca strofinata con l’aglio e arrostita, un maialino anch’esso arrostito, carne di pecora in stufato con le spezie e diverse anatre cucinate nelle maniere più disparate. E poi pane bianco in quantità Infine dolci alle mandorle e alle nocciole preparati dalle suore, così buoni che il major ne maginò una quantità irragionevole. Il tutto annaffiato da abbondanti quantità di vino bianco della Val Polcevera, lo stesso che avrebbe prodotto con la sua vigna quando si sarebbe trasferito nel suo manso.
Maria e la figlia maggiore parlottavano mentre Martino e il cognato si erano buttati sul cibo e sembrava non ne fossero mai sazi. Certamente la donna più anziana informava l’altra della sua partenza, fissata per il giorno seguente.
Lo sposo, come sempre, mangiava poco per mortificare la carne e trascorreva il suo tempo passando in rassegna i volti di tutti, analizzando ogni gesto. Spesso dialogava con Ronalda ed era evidente che insieme censuravano l’atteggiamento di ognuno dei commensali. Gismunda, seduta accanto al marito, non aveva toccato cibo. La sera prima la madre e la sorella le avevano spiegato gli obblighi della moglie, che lei ignorava e adesso era molto spaventata. Non le piaceva l’idea che Gusberto le mettesse le mani addosso, ma d’altro canto ben sapeva fin da quando l’aveva chiesta in moglie che sarebbe stato così. Quando il padre desiderava la madre, non badava se ci fossero i figli nella stanza. Da Anna, quando parlava del suo Seamus, e dalla sorella maggiore, quando parlava del marito, aveva capito che fare l’amore era una cosa bella, uno scambio di affetto e di calore prima ancora che di piacere. Ma quando suo padre si gettava sulla madre, che qualche volta tentava di divincolarsi e cedeva solo quando il marito la picchiava oppure subiva piangendo, a Gismunda non sembrava affatto che quella cosa potesse essere piacevole. Forse era perché le sue sorelle l’amore se l’erano scelto mentre la madre, così come stava succedendo a lei, aveva dovuto accettare l’uomo che altri avevano scelto per lei.
Il Vescovo, dal canto suo, a ogni portata e ad ogni brindisi (e partecipò davvero a tanti) augurava alla coppia prosperità, certamente immaginando già di tenere sulle ginocchia i figli di Gusberto. Consalvo da quando si era seduto continuava a mangiare e soprattutto a bere. Dopo l’ennesima coppa di vino si era alzato e si era avvicinato al Vescovo. Aveva poggiato la sua mano unta sulla spalla di Ramperto mentre questi lo guardava con sguardo incredulo e gli aveva detto che ormai erano parenti e che era venuto il momento che si parlasse si affari. L’alto prelato aveva recuperato il sangue freddo e aveva risposto che no, non era quello il momento di discuterne. Allora il mercante di pece si era scagliato contro di lui bestemmiando. Erano intervenute le guardie e anche il genero del mercante, al quale non era parso vero di assestare due vigorosi pugni nello stomaco dell’odiato suocero. La festa era finita e le guardie avevano portato l’ubriaco in cella. Gusberto aveva detto loro di tenercelo fino a quando avesse recuperato lucidità poi aveva invitato tutti ad andarsene perché era ora che lui e la moglie si avviassero verso la nuova dimora. Ma Ramperto aveva spiegato che mancava ancora la benedizione del letto nuziale e quindi gli ospiti si erano mossi in corteo verso le Vigne. Tutti meno Carlo, che riteneva conclusi in quel momento i suoi doveri nei confronti del figlio e per questo se ne era tornato a casa finalmente libero di sognare la sua nuova e serena vita agricola che immaginava ben lontana dal ragazzo e dai doveri nei suoi confronti.
La “pia donna”, che camminava al fianco di Gusberto quasi ne fosse la sposa, mentre la moglie era stata lasciata indietro, diceva al futuro prete quanto fosse stato orribile per lei udire il turpiloquio di quel blasfemo ubriaco e che comprendeva bene quanto dovesse essere stato disgustoso per lui udire quanto suo suocero era arrivato a dire. Alfonso nel frattempo aveva preso sotto braccio la povera Gismunda che con le sue scarpette nuove stava faticando a tenere il passo e la stava sosteneva nel cammino sulla strada dissestata. Stando a pochi metri dallo sposo e dalla beghina, aveva udito ogni parola, anche quando Ronalda aveva detto a Gusberto che quello di Consalvo era un peccato capitale, <uno dei più terribili perché offendeva direttamente Dio>.

<È inaudito – aveva ripetuto la donna almeno quattro o cinque volte -. È stato nominato il nome di Dio invano e per di più sotto il tetto del Vescovo. Chi non rispetta il comandamento merita una punizione esemplare perché è morto agli occhi di Dio>.

Il ragazzo le aveva risposto che il Signore avrebbe prima o poi presentato il conto a chi non lo rispettava e che quel conto sarebbe stato molto salato, poi aveva aggiunto di non pensarci, che quello era il momento di visitare la nuova casa e che siccome lei lo aveva portato all’altare come una madre, sarebbe stata anche la sua casa, in qualsiasi momento avesse voluto. A Ronalda non era parso vero di aver conquistato il permesso perpetuo di impicciarsi degli affari della nuova coppia, di entrare nella casa per vedere ogni cosa e poi raccontarla a tutti. Avrebbe rivelato ogni particolare, ma piano piano, facendosi pregare e facendo morire d’invidia e di curiosità le altre donne alle quali avrebbe spiegato – nel caso non se ne fossero avvedute – che solo lei, oltre ai parenti più stretti, probabilmente nemmeno tutti, era ammessa nella casa del pupillo del Vescovo. Alfonso aveva chiesto a Gismunda se avesse ascoltato la conversazione tra il marito e la “pia donna” e lei aveva fatto cenno di sì con la testa. Allora lui le aveva detto che se Ronalda fosse diventata troppo invadente avrebbe dovuto riferirglielo: avrebbe pensato lui a tenerla al suo posto. Gismunda gli aveva sorriso e gli aveva accarezzato una mano: non aveva altro modo per ringraziarlo.

Il piccolo corteo era arrivato alla casa, vicino alla chiesa. Tutto era stato completamente portato a nuovo. La dimora aveva molta terra coltivata a vigna, un orto, diverse stanze ampie distribuite su un solo piano e un chiostro con le colonne come quelli dei conventi. C’erano una cucina molto grande con un camino enorme e la stufa. La camera matrimoniale era ampia e rivolta a sud. C’erano, poi, diverse camere che nel cuore del Vescovo erano già destinate ai “nipotini” e persino uno spazio luminoso dove tessere e ricamare e un grande studio con una biblioteca già piena di libri. Era questo il regalo più bello e prezioso di Ramperto al suo figlioccio. Nelle cassapanche erano stati sistemati abiti nuovi anche per Gismunda. Di questo si era occupato Alfonso chiedendo consulenza ad Adelaide. In una casa più piccola, lì a fianco, erano già stati alloggiati i servi che avevano accolto i nuovi padroni e i loro ospiti. Dopo la benedizione del letto, il Vescovo aveva dato appuntamento a Gusberto sette giorni dopo, data stabilita per la sua ordinazione a sacerdote. Poi ognuno era tornato alla propria casa. Il giovane marito aveva preso per i polsi la moglie e lei, terrorizzata, aveva pensato <Ecco, ci siamo… Mi spoglierà e mi metterà le mani addosso. Sarò costretta a subire come per anni ha subìto mia madre>. Ma lui non l’aveva portata nella camera matrimoniale. L’aveva trascinata, invece, in una delle altre camere. Le aveva indicato il letto e lei si sentì scossa da un brivido di terrore.

<Tu dormirai qui – le aveva detto, invece, il marito -. Ti farò portare le casse coi tuoi vestiti. I tuoi doveri di moglie si limitano a controllare che i servi facciano bene il proprio lavoro. Per il resto, fai quello che vuoi. L’importante è che quando sarò prete tu partecipi a tutte le funzioni religiose, seduta in fondo alla chiesa in segno di umiltà. Non saranno poi molte le celebrazioni perché questa chiesa non è parrocchia. È fondamentale che tu non ti intrattenga con i servi che per il tempo strettamente necessario, che non ti vesta in modo sconveniente e che non entri nella biblioteca e nella mia stanza se non con me e col mio permesso. Mi sembra superfluo raccomandarti di non parlare mai della tua vita, visto che ti ho scelto perché sei muta, ma ti ordino di non fare mai capire a nessuno in alcun modo che tu ed io non avremo bambini perché non abbiamo rapporti carnali. No, non ne avremo. Tutti dovranno credere che sia tu a non potere avere figli e diranno che io sono un uomo molto buono e comprensivo a non chiedere l’annullamento del matrimonio. Questo è il patto. Tu vivrai da signora, tuo padre non ti picchierà più. I tuoi parenti non potranno mettere piede in questa casa, ma se vorrai, quando avrai terminato di dare le disposizioni ai servi e avrai sorvegliato che abbiano svolto bene il proprio lavoro, potrai andare a trovare la tua famiglia. Se hai capito e ti sta bene fai cenno di sì con la testa>. Gismunda aveva sorriso incredula. Gusberto parlava a voce alta, scandendo bene le parole e indicandosi le labbra anche se lei era muta e non sorda e questo lui lo sapeva. La giovane moglie aveva fatto il cenno richiesto e poi a gesti aveva cercato di far capire al marito che poteva udire benissimo, ma lui si era già voltato ed era uscito dalla porta. Poi si era fermato, si era voltato verso di lei e le aveva fatto segno con le mani di aspettare lì, dicendo, sempre ad alta voce, che i servi le avrebbero portato subito le sue cose. Disse che si sarebbero visti il giorno dopo a pranzo, non prima. Quindi se ne era andato definitivamente e Gismunda era felice. Non poteva chiedere di più. In capo a pochi minuti i servi avevano appoggiato ben quattro cassapanche sul pavimento. Erano usciti e al loro posto era arrivata una ragazza che le aveva detto di essere lì per aiutarla a svestirsi. La giovane moglie non capiva perché qualcuno dovesse aiutarla a togliersi l’abito. Non era mai servito. Mentre la serva scioglieva i fiocchi che tenevano chiusa la tunica pensò, però, che in fondo quella vita poteva anche piacerle. Dicendole che l’aveva scelta solo perché era muta, Gusberto, in qualche modo, l’aveva offesa. Ma era nulla in confronto alle ingiurie e alle percosse del padre. La ragazza non capiva per quale motivo il marito non volesse avere unioni carnali con lei dopo aver chiesto di sposarla, ma non era importante. Quello che contava era che non avrebbe più patito la fame. Anzi, forse sarebbe riuscita anche a sottrarre un po’ di cibo da portare alla madre. Doveva rinunciare per sempre all’amore e ai figli, ma sarebbe stato peggio se l’avessero sposata a un uomo come suo padre. Se avesse potuto diventare la moglie Rachis, che abitava vicino a lei e che era bello e forte, allora sì che sarebbe stata felice. A parte qualche sorriso, a parte quel bacio rubato, però, lui non si era mai fatto avanti, forse per paura di Consalvo o forse perché sapeva che non aveva dote. La sua prospettiva, prima che in casa sua apparisse il padre di Gusberto, era quella di vivere da sola e in miseria per sempre, se il padre in un giorno in cui fosse stato più ubriaco del solito, non l’avesse ammazzata.

Il sole stava tramontando e Gismunda, rivestita con una calda e morbida tunica da notte, aveva deciso di posticipare all’indomani l’apertura delle cassapanche e di provare subìto quel letto che sembrava molto confortevole. Aveva sempre riposato su un pagliericcio e quel materasso le era sembrato meraviglioso. Aveva passato le mani sulla coperta di lana, poi sul ruvido e profumato lenzuolo di lino. Aveva tastato il cuscino di piume. Si era già infilata sotto le coltri sfilandosi le morbide babbucce da casa e in quel momento la serva era entrata per abbassare i tendoni. Gismunda aveva notato solo in quel momento che le finestre non erano aperte come a casa dei suoi genitori, ma coperte di tanti piccoli vetri tenuti insieme da venature di piombo che sembravano quelle di una foglia. La serva ora aveva anche acceso il fuoco. Non avrebbe nemmeno più sofferto il freddo. Gismunada si era addormentata guardando le fiamme che danzavano nel camino. Il suo ultimo pensiero, prima di cadere in un sonno senza sogni, era stato per la povera Anna.

VI Capitolo

Di una morte non rimpianta e del “desiderio di eccellenza perversa”

Demetrio aveva avuto un “battesimo del comando” davvero brusco e poco piacevole. Lo avevano svegliato prima che facesse chiaro e si era subito reso conto di aver assunto l’agognato incarico di comandante delle guardie nel momento sbagliato. Era stato nominato, infatti, appena qualche giorno prima per sostituire in fretta Ariperto che a causa della morte del figlio sembrava irrimediabilmente uscito di senno.
Uno degli uomini della guardia notturna alle mura bussava alla porta gridando che era stato commesso un altro omicidio, il terzo in pochi giorni. Lui, di fronte a questa circostanza inattesa e complessa, non sapeva come comportarsi e allora aveva deciso di andare a sua volta a bussare a una porta. Quella dell’attendente del Vescovo. Anche Alfonso, quindi, aveva avuto un brusco risveglio. I colpi assestati da Demetrio alla porta della sua stanza lo avevano scosso dal torpore in cui era appena scivolato dopo una notte insonne. Si era svegliato e aveva alzato gli occhi al cielo mormorando <Che altro succede, adesso?>. Poi, poggiando i piedi sul pavimento freddo, aveva raggiunto la porta, l’aveva aperta e aveva detto a Demetrio e alla guardia che l’accompagnava di entrare e di chiudere l’uscio alle loro spalle. Si era seduto sul letto per infilarsi i calzari e quindi si era avvicinato al camino per aggiungere legna e far ripartire il fuoco che covava sotto la cenere. I due militari si erano stupiti che il prete non prestasse loro attenzione e non avevano il coraggio di parlare.
<Venite avanti – aveva detto Alfonso – e spiegatemi che succede mentre cerco di svegliarmi>.
<Ecco, vedete, come dire?… – aveva balbettato Demetrio -. Sì… insomma…, c’è un altro morto>. Il segretario del Vescovo aveva appoggiato la schiena alla sedia e aveva tirato un lungo sospiro gettando indietro la testa. Con gli occhi chiusi aveva esortato i due a continuare. <Durante un pattugliamento fuori dalle mura, al di là della Porta Superana – aveva attaccato la guardia -, i miei due compagni ed io abbiamo trovato il cadavere di un uomo che puzzava di vino come se fosse caduto in una botte, col cranio spaccato>.
<Mi svegliate per un ubriaco che è inciampato e si è spaccato la testa?> aveva chiesto Alfonso, senza spazientirsi, ben sapendo che doveva esserci dell’altro. E che si sbrigassero a dirglielo!
<Signore, il cadavere ha uno sfregio sulla fronte. A forma di croce>.
Il prete si era alzato mormorando <“Non nominare il nome di Dio invano”. E addio Consalvo>.
<Cosa avete detto, Signore?> aveva risposto Demetrio, che non aveva capito che il nome del defunto e si era stupito che Alfonso lo sapesse, visto che lui non glielo aveva detto.
<Non è importante – aveva risposto il prete -. Non stavo parlando con voi, Aspettatemi fuori dalla stanza>.
Non era ancora finita la seconda vigilia e uscire dalle coperte all’umido di una notte d’autunno quando il fuoco stentava a scaldare la stanza non è piacevole. Alfonso aveva gettato appena le punte delle dita nel bacile di acqua gelida e se le era passate sommariamente sugli occhi. Quindi si era vestito e si era preparato a scalare il colle. Proprio in quel momento si era reso conto che stava piovendo ed era tornato indietro per cambiarsi i calzari. Demetrio, investito della responsabilità del suo primo caso di omicidio, stava tremando come una foglia. Alfonso, invece, percorreva la strada a grandi falcate, curioso di capire chi fosse, questa volta, il morto e se, cioè, la sua ipotesi avrebbe trovato riscontro. Non faticò a riconoscere il padre di Gismunda e di Anna anche col cranio fracassato. Aveva ordinato che lo portassero in cattedrale e, questa volta da solo, si era diretto verso la bottega della famiglia. Era entrato nel magazzino, ma prima di salire la scala aveva pensato che non era giusto svegliare quella povera donna e suo figlio. Allora si era seduto per terra, con le spalle appoggiate a un barile di pece e lì si era riaddormentato. In quella posizione, avvolto nel mantello, si era stupito di trovarlo alla ora seconda il giovane Martino, che non sapeva ancora di essere orfano di padre. Come immaginava, né il giovane né la madre si erano stracciati le vesti per la morte del mercante violento. Il prete non si stupì del senso di sollievo che entrambi manifestavano. Potevano, così, evitare la fuga già programmata per quella mattina e potevano finalmente pensare a un futuro migliore, senza violenze, senza botte, senza cattiverie. Martino si era messo al lavoro con allegria. Avrebbe consegnato la merce come era previsto, in mattinata. <Nel pomeriggio, invece, visiterò tutti i clienti che rifiutavano di comperare da mio padre a causa degli sgarbi che aveva fatto loro o, peggio, delle fregature che gli aveva rifilato. Sono certo di riuscire a migliorare gli affari della bottega>.
<Bene, per quanto riguarda la Cattedrale, tutte le forniture sono già tue. Passa domani per trattare quantità e prezzi> aveva risposto Alfonso, che poi si era incamminato verso la Cattedrale cercando di riflettere su quanto era accaduto. Certamente non mancavano i potenziali responsabili per l’assassinio di Consalvo: tutti i membri della famiglia, i clienti truffati, tutte le persone con le quali aveva litigato, i vicini di casa stanchi delle sue cattiverie. Ma la croce sulla fronte del morto parlava chiaro: qualcosa legava la morte di Anna, di Beltramo e del mercante. Questa volta però, per fortuna, l’assassinio non ci poteva collegare in alcun modo ad Adelaide. A meno che Consalvo non frequentasse qualcuna delle prostitute della casa. Per togliersi il dubbio Alfonso si era premurato, una volta fatto ritorno a San Siro, di inviare immediatamente uno dei suoi servi al mercato per inviare un messaggio alla donna. L’appuntamento era all’ora sesta al solito posto. Pioveva come mai era accaduto, almeno non quanto Alfonso potesse ricordare. Adelaide era arrivata puntuale, scortata dai due uomini che aveva assoldato per difendersi. Uno era un marinaio siciliano sbarcato da una nave carica di vino. Come spesso accadeva ai marinai, si era invaghito di una delle prostitute della casa. Poco importava che al suo paese avesse già moglie e tre figli. Non sarebbe più tornato lasciando libera la sua famiglia di credere che fosse morto in mare, durante una burrasca. Adelaide non si fidava di lui, perché chi tradisce una volta tradisce per sempre, che sia la moglie o la padrona, ma fino a quando fosse stato invaghito di Nura, bella prostituta d’origine egiziana, poteva stare tranquilla.
L’altro sgherro era invece un enorme africano dalla pelle nerissima e con la testa rasata che parlava poco il latino e meno ancora la lingua di Genova, ma era sveglio e, soprattutto, fortissimo. La donna aveva detto loro di ripararsi in una casa abbandonata che stava lì vicino. La struttura di pietra, coperta dalle piante, aveva ancora il tetto e il camino. I due avrebbero potuto anche accendere un fuoco per scaldarsi. Così aveva fatto il siciliano, mentre il moro si era piantato a gambe larghe davanti alla porta, sotto la pioggia, fedele al suo compito di proteggere la padrona. Adelaide era entrata invece, nell’altra casa che aveva le finestre sbarrate con tavole di legno perché nessuno potesse vedere all’interno. Alfonso aveva già acceso il fuoco e ora stava seduto su una panca, con le gambe accavallate e le dita delle mani intrecciate attorno a un ginocchio.
Come aveva visto entrare Adelaide si era alzato in piedi. Lei aveva tirato indietro la testa per fare scivolare il cappuccio e aveva scoperto i capelli lunghissimi e bagnati mentre i riccioli che le si incollavano al viso. Aveva poi sganciato la spilla d’oro col cavaliere che chiudeva il mantello e lo aveva steso davanti al fuoco perché si asciugasse. Anche la tunica era bagnata e le aderiva al corpo. Aveva staccato le maniche sfilando i bottoni dalle asole che le tenevano unite all’abito e si era tolta i calzari zuppi. Aveva fatto tutto in pochi secondi, senza curarsi di Alfonso che stava in piedi davanti a lei. Solo quando si era tolta l’ultima calza e aveva messo a posto la tunica che aveva alzato per sfilare tutto ciò che poteva mettere ad asciugare, si era resa conto che l’uomo aveva assistito ad ogni suo movimento. Aveva visto le sue braccia scoprirsi e Adelaide lottare con la stoffa bagnata che aderiva alla pelle. Aveva guardato le mani della donna correre veloci sotto la tunica, scoprendo le cosce, ad arrotolare e calare le calze. Aveva infine sospirato quando era rimasta a piedi nudi. Solo in quel momento la donna aveva capito di aver fatto qualcosa di sconveniente. Non per l’inosservanza delle regole della Chiesa sulla pudicizia, delle quali non si curava ormai da molto tempo, ma perché sapeva di aver sottoposto Alfonso a una tortura che non avrebbe voluto infliggergli. Lui se ne stava lì, come fosse di pietra, a guardarla con gli occhi sbarrati come un bimbo guarda un dolce che non può toccare. <Scusami, non dovevo> aveva detto Adelaide. E solo in quel momento lui era riuscito a scuotersi da quell’incanto in cui i movimenti della donna lo avevano coinvolto e trascinato. <Non importa, non l’hai fatto apposta> aveva risposto il prete cercando di controllare l’erezione che ormai era evidente sotto la tunica. Per questo si era seduto al tavolo, accavallando di nuovo le gambe, ma questa volta con un grande senso di fastidio. Aveva poi chiesto alla prostituta di sedersi di fronte a lui e le aveva offerto un pezzo di pane appena tagliato. Aveva pensato che il modo migliore per superare l’imbarazzo fosse quello di entrare alla svelta nella discussione. Aveva detto ad Adelaide della morte del mercante di pece e le aveva chiesto se per caso fosse cliente di una delle sue ospiti. Adelaide aveva risposto che non le risultava e che, comunque, non era mai entrato nella sua casa. Il prete ne fu felice perché questo significava che lei non era il bersaglio principale dei misteriosi uccisori, anche se la sua attività, le ricordò la rendeva comunque un soggetto ad alto rischio, visto che in città si muoveva qualcuno che si stava arrogando il diritto di sostituirsi alla mano di Dio. <Ascoltami, – aveva detto Alfonso -. Io non so chi sia l’assassino, ma credo di aver capito quale sia il filo che collega gli omicidi. L’ho capito ieri, ascoltando Gusberto e Ronalda che dicevano le loro solite sciocchezze. Chiunque sia l’autore degli omicidi, perseguita chi ritiene colpevole di aver contravvenuto a uno dei dieci comandamenti. Anna, secondo le categorie dell’omicida, aveva commesso atti impuri. Anche se non si trattava propriamente di adulterio, comunque aveva concepito un figlio fuori dal matrimonio. Chiunque l’abbia vista entrare in casa tua può aver pensato che si apprestasse a diventare una meretrice. Beltramo, secondo Ronalda, non rispettava il padre e la madre. E Consalvo, proprio ieri, al banchetto, ha bestemmiato davanti al vescovo>. Adelaide gli aveva risposto che allora l’assassino doveva essere proprio uno dei presenti alla festa. Alfonso le aveva spiegato che c’erano anche molti servi e che uno chiunque poteva aver riferito all’esterno un episodio che, certamente, era degno di essere raccontato: il padre della sposa che bestemmia allo sposalizio del pupillo del Vescovo! Aveva aggiunto che il mercante era solito imprecare e che qualsiasi abitante della città, nel corso degli anni, aveva avuto l’occasione di sentirlo snocciolare le bestemmie più diverse e terribili. <Nonostante i possibili colpevoli di questo ultimo omicidio siano praticamente infiniti – aveva aggiunto il prete – devo dire che un sospetto su Gusberto l’ho avuto. E se non fosse una donna, troppo debole per commettere quegli efferati omicidi, sospetterei anche Ronalda. Perché il ragazzo, che intende le Scritture e i libri sacri alla lettera, è intollerante verso qualsiasi tipo di “trasgressione”. Potesse, lui metterebbe tutti i peccatori alla forca, anche i bambini che sognano un dolce, colpevoli di desiderare di commettere un peccato di gola. L’altra, poi, gli dà corda, lo fomenta, lo aizza. È stata lei a suggerire di non seppellire Anna in terra consacrata. I due, ieri, parlavano di giustizia divina. Lui ha detto che sarebbe arrivata puntuale a punire Consalvo in modo terribile. Gusberto sapeva poco o niente di Beltramo, ma potrebbe essere stata lei a parlargliene. Potrebbero usare dei sicari>. Adelaide aveva suggerito, a quel punto, di tentare di prevedere il prossimo omicidio e di cogliere i colpevoli sul fatto. Ma Alfonso aveva risposto che non era così facile, perchè non era detto che gli assassini compilassero il proprio elenco solo secondo i comandamenti, che comunque non stavano seguendo in ordine. <Potrebbero anche seguire i peccati capitali – aveva detto la donna -. E in questo caso avrebbero ucciso Beltramo perché ha rifiutato di entrare nelle guardie per suonare il suo flauto e si è reso quindi colpevole di accidia; Consalvo per l’ira con la quale ha ogni giorno gestito i suoi rapporti con gli altri e Anna per la lussuria. Rimarrebbero, quindi, l’invidia, la superbia, l’avarizia e, appunto, la gola. L’unica cosa certa, fino ad ora, è che i tre omicidi sono legati dal segno sulla fronte>.
<Non pensare al nostro modo di indicare i peccati capitali, ma alle sette cose che Dio ha in odio secondo i “Proverbi”> aveva aggiunto Adeladie, che quel punto stava visibilmente tremando a causa del freddo. I vestiti umidi che aveva ancora addosso le stavano dando i brividi. Allora Alfonso aveva messo altra legna nel fuoco e le aveva suggerito di togliere gli abiti e indossare il mantello, che nel frattempo si era asciugato. <Vedi, io mi giro dall’altra parte> aveva detto voltandosi contro il muro. E allora la donna si era spogliata, tenendo solo la fascia bagnata sulla fronte, e aveva steso la tunica ad asciugare. Il prete aveva visto la sua ombra spogliarsi, proiettata sulla parete dalla luce delle fiamme e, se possibile, era stato peggio che averla davanti. Infine Adelaide si era avvolta nel lungo mantello e si era seduta per terra davanti al fuoco, ma continuava a tremare. L’uomo le aveva portato un bicchiere di vino e si era seduto col suo calice accanto a lei. Era stato in quel momento che la donna gli aveva detto che se non lo avesse amato veramente e non lo avesse rispettato anteponendolo a se stessa, in quel momento si sarebbe stretta a lui, gli avrebbe chiesto di abbracciarla per aiutarla a sconfiggere il freddo che si sentiva dentro, un freddo che non veniva solo dalla pioggia che le aveva bagnato gli abiti, ma era una condizione immateriale nella quale da troppo tempo si trovava. Gli aveva sussurrato <L’amore è paziente, è benevolo; l’amore non invidia; l’amore non si vanta, non si gonfia, non si comporta in modo sconveniente, non cerca il proprio interesse, non s’inasprisce, non addebita il male, non gode dell’ingiustizia, ma gioisce con la verità; soffre ogni cosa, crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa>.
Ad Alfonso, che la sapeva nuda sotto il mantello e che lottava per non immaginarla senza vestiti, non era venuto in mente nient’altro che il Cantico dei cantici di Salomone che, quando era in seminario, gli aveva sollecitato fantasie erotiche ed era stato origine di tante notti insonni a lottare tra il desiderio del piacere e l’obbligo di mantenere la purezza. Mentre guardava Adelaide rannicchiata sotto la stoffa, le ginocchia strette al petto, gli occhi puntati sul fuoco, aveva iniziato ad accarezzarle il volto con l’indice della mano destra recitando <Come sei bella, amica mia, come sei bella! Gli occhi tuoi sono colombe, (…) Come un nastro di porpora le tue labbra e la tua bocca è soffusa di grazia; come spicchio di melagrana la tua gota attraverso il tuo velo>.
<Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato, ma non l’ho trovato> aveva risposto la donna, con la voce che per l’eccitazione le si era fatta bassa e roca. Anche lei, si era stupito il prete, conosceva “il Cantico” a memoria.
<Come la torre di Davide il tuo collo, costruita a guisa di fortezza. Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di prodi> aveva proseguito Alfonso facendo calare la sua mano lentamente, fino alle spalle di Adelaide, sotto il mantello. Poi non era più riuscito a fermare i suoi stessi gestu e aveva permesso alle sue dita che continuassero senza più freni nel loro cammino sul corpo della donna.
<I tuoi seni sono come due cerbiatti, gemelli di una gazzella, che pascolano fra i gigli – aveva continuato recitando le parole del Re Salomone con la stessa lentezza con la quale misurava i gesti per goderli completamente -. Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre, me ne andrò al monte della mirra e alla collina dell’incenso. Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato. Il tuo ventre è un mucchio di grano, circondato da gigli (…). La tua statura rassomiglia a una palma e i tuoi seni ai grappoli. Ho detto: “Salirò sulla palma, coglierò i grappoli di datteri”>. Non era stata Adelaide, che pure di queste cose era esperta, a scrollarsi dalle spalle il mantello e a spogliare Alfonso. Lui aveva fatto tutto da solo e con una sola mano, come non avesse mai fatto altro nella vita, mentre con l’altra continuava a esplorare ogni angolo del corpo della donna, ad accarezzarlo dolcemente e un secondo dopo a prenderne a piene mani, quasi con violenza. Se mai qualcuno avesse potuto assistere a quella scena, mai avrebbe potuto immaginare che lei era la prostituta e lui l’apprendista del sesso. Finalmente nudo, Alfonso si era gettato su Adelaide. Provava piacere a sentire sotto il proprio corpo ogni centimetro della pelle della donna e a intuire dai brividi che la scuotevano che anche lei lo provava. Si era avventato sulla sua bocca e in quel momento lei si era lasciata andare. Non si era limitata a lasciarlo fare, ma lo aveva baciato come se dovesse consumare in quei pochi minuti tutto il piacere che le era riservato da lì all’eternità. Alfonso aveva pensato di non riuscire più a respirare e gli era passato per la mente che sarebbe stato piacevole morire in quel preciso momento e non pensare più ad altro. Si era staccato appena un attimo per prendere fiato e per continuare a recitare sussurrando <Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, c’è miele e latte sotto la tua lingua e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano>.
<Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dritto verso il mio diletto e fluisce sulle labbra e sui denti – aveva risposto lei, con una voce che non era più di un sussurro e che al prete sembrava venisse non dalla sua bocca, ma dal più profondo del suo corpo -. Io sono per il mio diletto e la sua brama è verso di me. (…) Levati, aquilone, e tu, austro, vieni, soffia nel mio giardino si effondano i suoi aromi. Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti>.
Alfonso aveva sperato di riuscire a fermarsi in tempo, di non arrivare a penetrare Adelaide, di evitare che il peccato di entrambi fosse completo. E invece in quel momento non riusciva a desiderare altro che farla sua fino in fondo, a riempirla con il suo seme mentre le gambe della donna gli stringevano la schiena. Le aveva chiesto se davvero voleva fare l’amore con lui e lei rispose il suo “sì” con la voce flebile di una vergine spaventata. Sapeva che avrebbe potuto metterla incinta, sapeva che sarebbe stato dannato per sempre, sapeva che stava facendo del male a quella donna che amava come non ne aveva mai amate altre, ma in quel momento era più forte il desiderio di possederla. Lei inarcava la schiena, ansimava, lo chiamava, gli diceva di continuare e che nessun uomo l’aveva mai fatta godere tanto. Un momento prima del piacere più grande, lei gli aveva detto <Ti amo, Alfonso>.
Nonostante fosse tutto finito, il prete era rimasto dentro di lei fino a quando aveva potuto, prima sfinito, abbandonato sul corpo della donna, poi tirandosi su sui gomiti e accarezzandole i capelli. Infine le aveva sussurrato piano piano in un orecchio, come se nella stanza ci fosse qualcuno che non dovesse sentire <Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte>. Lei aveva sussultato per l’ultima volta, come se il suo corpo ascoltasse l’eco del piacere appena provato, un riflusso dei brividi della passione, e poi lo aveva abbracciato. Anche lui lo aveva fatto e aveva sentito sulla sua schiena le cicatrici delle frustate che avevano martoriato la pelle. In quel momento Alfonso si immaginava identico ai preti che erano stati clienti della donna e avevano permesso, pur di non pagare di persona, che il corpo della prostituta venisse devastato. Non voleva che pensasse che anche lui avesse approfittato di lei. Adelaide non lo aveva sedotto, era stato lui a prenderla quando la sua forza di volontà che credeva invincibile aveva ceduto. Allora si era schiarito la voce e le aveva detto col tono solenne di un bimbo che si dichiari alla compagna di scuola, conscio che quanto stava accadendo era più grande di lui: <Io ti amo e sono pronto a lasciare la mia posizione, se è necessario, pur di stare con te>. Lei, per tutta risposta, era scoppiata a ridere perché quella dichiarazione così seria fatta da un uomo nudo non poteva che diventare buffa. <Non preoccuparti, Alfonso – gli aveva detto -. Se è il complesso di colpa che ti fa parlare in questo modo, ricorda che non sono una ragazzina e che quanto è successo l’ho voluto anche io. Ti ho già detto che da anni non conosco uomo. Ora ti dico che non ho mai fatto l’amore perché non ho mai amato nessuno prima di te. Fino al giorno in cui ti ho conosciuto ho odiato tutti gli uomini e ancor di più quelli delle gerarchie della Chiesa. Il perché lo puoi leggere sulla mia schiena e sulla mia fronte. Voglio che tu sappia che da me non avrai mai problemi, che mai ascolterai rivendicazioni o recriminazioni che escano dalla mia bocca e voglio che tu sappia anche che non credo di poterti dare dei figli perché altrimenti sarei rimasta incinta mille volte e invece non é mai successo. Se faremo ancora sesso, tu ed io, non sarà per procreare, ma solo per piacere e per amore e questo sono certa che la tua religione lo vieti. Ti sia chiaro che se nei prossimi giorni dovessi pentirti di quello che hai fatto, per quello che mi riguarda sarà come se mai nulla fosse successo. Credo che se ti portassi via al tuo dio non saresti un uomo felice. Vedi se riesci a farci convivere nel tuo cuore senza soffrire. Di una cosa sola ti prego. Se devi dire basta, fallo in fretta. Non fare come Agostino, il tuo Sant’Agostino, che ha ripudiato la sua povera concubina privandola anche del figlio che insieme avevano avuto e cancellando con una sola parola anni di vita insieme>. Alfonso non aveva trovato altra risposta che baciarla e gettarsi di nuovo su di lei, pronto a ricominciare a godere del contatto di ogni centimetro della sua pelle. Adelaide lo aveva stretto forte, poi erano rotolati sul pavimento ridendo e lei gli si era messa a cavalcioni, badando bene a farlo entrare completamente dentro di sé. Si tenevano vicendevolmente serrati per gli avambracci e Alfonso, con le sue mani grandi e forti anche se delicate come chi ha maneggiato solo libri nella vita, faceva in modo che lei non potesse distanziarsi più di tanto e che potesse far leva, in quel modo, su di lui. Adelaide si era chinata a baciarlo e quindi aveva fatto scivolare la sua lingua fino ai suoi capezzoli. A quel punto il prete non aveva capito più nulla ed aveva raggiunto un piacere del quale ignorava l’esistenza. L’ex prostituta aveva scoperto che nei reconditi della sua mente erano rimasti brandelli dell’arte che aveva esercitato e che tanto a lungo aveva tentato di dimenticare e si era impegnata al massimo per fare in modo che quell’esperienza diventasse per il suo compagno una ragione abbastanza convincente per non tornare sulla via della continenza. Quando lo aveva portato all’estremo piacere, prolungando il godimento col trucco che gli aveva insegnato un mercante arabo, si era sorpresa nella mente un pensiero da puttana: era un peccato che un maschio così ben dotato si fosse così a lungo votato alla castità ed era scoppiata di nuovo a ridere senza che il prete potesse capire il perché. Poi insieme ad Alfonso, coperta dal mantello, era scivolata nel sonno, dal quale entrambi si erano svegliati quando il sole che nel frattempo era sbucato dalle nuvole era già piuttosto basso. Si erano rivestiti in fretta, quasi senza guardarsi. Si erano dati appuntamento per l’indomani alla stessa ora cercando entrambi di non pensare alla lunga notte che li avrebbe visti separati. Per prima era uscita Adelaide che aveva visto la sua guardia nera in piedi, immobile davanti alla casa diroccata come quando l’aveva lasciata. In pochi secondi era uscito anche il siciliano e i tre si erano avviati verso il porto.
Alfonso era uscito solo quando loro avevano girato la curva del sentiero. Il suo unico desiderio, adesso, era quella che le ore che lo separavano da Adelaide passassero in fretta. Pensò di distrarsi interrogando le guardie per sapere a che ora, la sera prima, avevano rilasciato Consalvo, in che condizioni era e se qualcuno fosse andato a prenderlo. Poi si era ricordato che quel giorno la celebrazione dei Vespri toccava a lui e aveva cominciato a correre. Era arrivato trafelato in cattedrale. La perfida Ronalda intratteneva i fedeli sistemati nelle panche spiegando quanto fosse inopportuno che un sacerdote arrivasse in ritardo. Alfonso non se l’era presa più di tanto e aveva guadagnato con agilità il suo posto sull’altare. Aveva vacillato nel recitare alcune parole del salmo, che sembravano scritte appositamente per ricordargli la sua recente colpa: <Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto>[1]. Mentre parlava, Alfonso si sentiva addosso il profumo di Adelaide. Era combattuto tra il piacere di crogiolarsi nelle sensazioni che quell’odore gli riportavano alla mente e il timore che i fedeli, pur essendo a debita distanza, potessero sentirlo, tanto gli sembrava intenso. Decise per la prima ipotesi e scrollò le spalle mentre continuava, davanti a tutti, scoprendosi a sorridere come un adolescente innamorato. La continuazione della celebrazione gli portò altre soddisfazioni: la liturgia delle ore prevedeva una lettura breve che sembrava scritta appositamente per censurare la “pia donna”: <Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo[2]>. Recitò guardando la bigotta bene in faccia, senza che né lui né lei abbassassero gli occhi, in una sorta di duello di sguardi senza vincitori.
Mentre terminava la celebrazione, si era detto che ancora una volta non era riuscito ad evitare di cadere nell’errore della pagliuzza e della trave e questa volta la trave era saldamente conficcata nel suo occhio. Come aveva previsto Adelaide, stavano arrivando i rimorsi. Bastava, però il profumo che si sentiva addosso a farglieli accantonare in un amen. In fin dei conti, pensava, non stava desiderando la donna d’altri e poi persino Pietro era sposato, per non parlare della questione della Maddalena. Non era forse una prostituta pentita? In ultimo, la storia di Agostino e della concubina cacciata non gli era mai parsa il migliore degli atti del santo.
Si sentiva ubriaco di sensazioni. In poche ore stava analizzando sotto un’altra luce tutto quello che aveva imparato e studiato nel corso di tanti anni. Non gli era mai capitato di pensare se stesso e la propria vita in relazione a un’altra persona. Avrebbe voluto trascorrere la serata oziando e pensando ad Adelaide. Ma il senso del dovere lo aveva richiamato alla necessità di interrogare le guardie. Non aveva, però, ottenuto molte informazioni da loro. Avevano buttato fuori dalla prigione Consalvo quando aveva smesso di dare in escandescenze e avevano ritenuto che potesse reggersi sulle proprie gambe. Lui si era allontanato barcollando. Tutto qui.
Appena Alfonso era tornato nella sua stanza, alla sua porta aveva bussato la balia da latte di Gusberto. Probabilmente lo aspettava nascosta nel chiostro. <Voi sapete – aveva detto l’anziana donna – che, per loro sfortuna, mio figlio e sua moglie sono stati destinati dal Vescovo al servizio del suo figlioccio. Bene, mi hanno raccontato che Gismunda e il marito avevano trascorso separati, cioè in due camere diverse, la prima notte di nozze. Non sono stati assieme da soli nemmeno un minuto. Non è normale che un marito non esiga dalla moglie, la prima notte di nozze, che adempia ai propri doveri coniugali. Che ha in testa quel ragazzo?>. Alfonso aveva ascoltato la donna, ma aveva subito pensato che quel che diceva non era di grande interesse. In fin dei conti ognuno vive il proprio matrimonio come vuole. Sorrise al pensiero che, se avesse avuto una notte intera da passare con Adelaide, non avrebbe certamente relegato la sua donna in un’altra camera. Al solo pensiero di poter giacere con lei, sentì il suo membro irrigidirsi e ne fu fortemente imbarazzato, temendo che la serva se ne potesse accorgere. Disse alla vecchia che se Gusberto non aveva intenzione di consumare, in fin dei conti erano solo problemi suoi. Magari la moglie era indisposta, magari era stanco. <Aspettate, devo aggiungere una cosa – lo aveva incalzato la balia -. La ragazza si è addormentata presto nella stanza che il marito le ha destinato mentre lui, a notte inoltrata, è uscito di casa ed era tornato solo parecchio tempo dopo>.
Il prete sapeva che la donna voleva ancora bene al bambino che aveva cresciuto come fosse il suo, nonostante il giovane, tornato dal seminario, l’avesse maltrattata e persino insultata perché, povera vecchia, non eseguiva abbastanza velocemente i suoi ordini. L’anziana era preoccupata per il ragazzo e non avrebbe mai fatto qualcosa che potesse nuocergli. Riferiva tutto ad Alfonso solo perché lui potesse aiutarlo a trovare la strada per vivere una vita normale e frenare quella deriva folle che aveva imboccato quando era andato a studiare alla scuola monastica. Invece, senza volere, aveva portato al segretario del Vescovo un nuovo indizio della possibile colpevolezza del pupillo di Ramperto: Gusberto era uscito di casa e aveva avuto tutto il tempo necessario per eliminare lo scomodo suocero. Il prete aveva congedato la balia chiedendogli di riferirgli tutto quello che fosse riuscita a sapere, raccomandandole, però, di dire al figlio e alla nuora di non esporsi troppo perché l’ira del padrone avrebbe potuto avere conseguenze terribili: ormai i due erano servitori del ragazzo e né il Vescovo né tantomeno il suo attendente avrebbero potuto intervenire nella gestione delle sue “proprietà”. Quando aveva chiuso la porta, Alfonso aveva pensato di leggere un po’ perché di dormire non ne aveva voglia. Per sua sfortuna, pescando a caso tra i testi che aveva aperti sul tavolo, aveva agguantato proprio il Libro II de “Il discorso sulla Montagna” di Sant’Agostino e aveva cominciato a leggere proprio da questo punto “Avete udito che è stato detto: Non fornicare, ma io vi dico che chi guarderà una donna per unirsi a lei, già ha fornicato con lei nel cuore”. Dunque è virtù minore non fornicare con l’accoppiamento del corpo e quella maggiore del regno di Dio è non fornicare nel cuore. Perciò chi non commette fornicazione nel cuore molto più facilmente evita di commetterla nel corpo. Lo ha ratificato egli che l’ha comandato, perché non è venuto ad abrogare la Legge, ma a confermarla. Si deve evidentemente riflettere che non ha detto: chi si accoppierà con una donna ma: Chi guarderà una donna per unirsi con lei, cioè che la osserverà con l’intento e la coscienza di unirsi con lei; e questo non significa essere solleticato dalla istigazione della sensualità, ma acconsentire pienamente alla passione, sicché non si modera il disonesto impulso, ma se se ne darà l’occasione, viene soddisfatto[3]>. Ecco, proprio come aveva previsto Adelaide stava di nuovo vacillando. Stava veramente scambiando il male per il bene? D’altro canto, ricordava Alfonso, per Sant’Agostino, il peccato e il male morale non sono “il desiderio di volontà cattive, ma sono la rinuncia ad una realtà migliore”. Desiderando Adelaide, rinunciava, dunque, a una realtà migliore, cioè a Dio. Non era sua intenzione e non capiva perché chi si sposava prima dell’ordinazione poteva continuare ad avere una moglie e chi si innamorava dopo non poteva averla. Come poteva chi, come lui o il suo Vescovo, aveva pronunciato il giuramento giovanissimo, giudicare con senno se la propria strada era quella del sacerdozio o quella del matrimonio? Era, dunque, tornato a Sant’Agostino per leggere nel quattordicesimo libro della “Città di Dio” che la prima delle passioni è l’amore, dalla quale si originano tutti gli affetti dell’anima. Dunque, soprattutto l’amore disordinato deve essere considerato come vizio capitale, specialmente perché Agostino, nello stesso libro, dice che l’amore di sè fino al disprezzo di Dio è il fondamento della città di Babilonia. Già, l’amore di sé, come quello che Gusberto dimostrava incrollabile almeno quanto la sua fede. Alfonso si era rimproverato per la seconda volta in poche ore di andare a cercare le pagliuzze nell’occhio altrui, ma poi, forse per lo strano gioco della mente che tenta di distoglierci dai pensieri dolorosi, sfogliando distrattamente le pagine mise gli occhi su un’altra frase, questa volta dell’apostolo Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi: “Noi invece non ci gloriamo oltre misura ma secondo la regola con cui Dio ci ha misurati”. Chi va oltre questa regola incorre nel vizio della superbia. E Sant’Agostino, nel quattordicesimo della Città di Dio, dice che la superbia è “il desiderio d’un’eccellenza perversa”. Ecco il movente per gli omicidi: il desiderio di un’eccellenza perversa, la superbia, la convinzione di essere lo strumento di Dio presentando il conto ai peccatori.
Un po’ per senso del dovere, un po’ per evitare di confrontarsi oltre coi propri sensi di colpa, Alfonso aveva deciso che doveva rimettersi il mantello, uscire dal convento, raggiungere la casa di Gusberto e osservare dove andava e cosa faceva. Così aveva fatto. Aveva dovuto aspettare poco prima che il giovane uscisse. Lo aveva seguito. Non era stato facile non farsi scorgere perché il cielo era diventato sereno e la luce della luna, quasi piena, rischiava tutto in maniera perfetta. Il ragazzo era arrivato alla casa di Ronalda. Il prete aveva dovuto gettarsi in un fosso perché dietro di lui stava arrivando altra gente. Nella dimora erano entrati, nell’ordine, un paio di parroci, il notaio della cattedrale, l’orefice, la moglie e i due figli ormai adulti, tre mercanti e una delle loro mogli, un facoltoso agricoltore e infine la guardia che la sera prima aveva trovato il corpo di Consalvo. Erano tutte persone conosciute per il proprio rigore morale, che fosse vero o millantato come nel caso della “pia donna”. Uno dei preti era arrivato addirittura a criticare pubblicamente l’operato del vescovo Ramperto e quello della Chiesa di Roma. Nel caso dei papi che negli ultimi anni si erano succeduti, Alfonso era piuttosto concorde con l’altro sacerdote. A comandare veramente non era, infatti il giovanissimo Giovanni XI, eletto solo qualche mese prima, ma sua madre Marozia, che l’aveva concepito col papa Sergio III, poco dopo fatto uccidere proprio dalla donna. Tutti sapevano che Marozia aveva pilotato ben tre elezioni consecutive. Prima di quella Giovanni XI, quelle di Leone VI, assassinato ad appena sette mesi dall’investitura, e Stefano VII, morto guarda caso anche lui di morte violenta. Quanto a Giovanni X, predecessore di Leone VI, era stato deposto dalla stessa Marozia e rinchiuso a Castel Sant’Angelo dove, si dice, era morto per strangolamento. Insomma, davanti a tanta dissolutezza, la sua relazione con Adelaide sembrava davvero un peccato di poca rilevanza. Se le contestazioni nei confronti del papato parevano giustificate, certamente quelle nei confronti di Ramperto, capo della diocesi e allo stesso tempo conte, avevano a parer suo ragioni meno nobili e puntavano a strappargli il potere sulla città.
Quando gli era sembrato che non arrivasse più nessuno, Alfonso era uscito dal proprio nascondiglio e si era avvicinato alla casa. Non era riuscito a guardare dentro perché delle pesanti tende coprivano la finestra, ma poteva sentire perfettamente le voci, anche se erano attutite dalla stoffa. <Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande> ripetevano all’unisono gli ospiti di Ronalda, dando fiato e anima a un coro sinistro. Stavano recitando l’Apocalisse di Giovanni. Un testo che parlava della fine del mondo che, dicevano alcuni, sarebbe arrivata tra non molto, cioè nell’anno mille. Ad Alfonso quella riunione pareva però avere connotati più politici che religiosi. Aveva la netta impressione che i due sacerdoti stessero cercando di sfruttare le debolezze degli altri e cioè, a seconda dei soggetti, l’oltranzismo religioso, l’ignoranza, la superbia di ognuno dei partecipanti alla strana notte di preghiera. Il giorno seguente ne avrebbe parlato al Vescovo e certo Ramperto sarebbe rimasto stupito più dalla partecipazione di Gusberto che da quella di ognuno degli altri. Nel quadro di quel delirio, certamente potevano avere un loro ruolo anche gli omicidi che potevano essere semplicemente un modo per diffondere la paura, terrorizzare il popolo e convincerlo a seguire chi proponeva la via della salvezza attraverso un’interpretazione rigida, anche se a parere di Alfonso non corretta, delle scritture. Il segretario del Vescovo era quindi tornato sui propri passi, lasciando il gruppo a delirare delle punizioni divine e di Azrael, l’angelo della morte. Di quel nome non c’era traccia nella Bibbia, pensava Alfonso, ma recentemente qualcuno che prediligeva la religione della paura alla religione della salvezza l’aveva “pescato” dalla cultura musulmana e lo aveva riciclato in quella cristiana, anche se in realtà nemmeno il Corano, che lui aveva letto attentamente, lo chiamava così ma, semplicemente, “angelo della morte”. Era quasi certo che quel gruppo di “buoni cristiani” potesse aver messo in atto una “strategia moralizzatrice” che poteva spingersi fino all’omicidio. Era tornato a casa pensando ai guasti che quella gente poteva portare alla vita della città e a ogni suo abitante. Arrivato nella sua stanza, non era riuscito a chiudere occhio e quindi, alla fine della IV vigilia, quando il cielo non aveva ancora cominciato a rischiararsi, si era presentato davanti alla porta della camera del Vescovo. Sapeva che Ramperto andava a letto sempre molto presto e che si svegliava prima dell’alba, tanto che si era offerto di celebrare sempre lui le lodi mattutine a patto che gli altri sacerdoti che facevano riferimento alla cattedrale si dividessero le altre, fatta eccezione per quelle solenni alle quali non si poteva sottrarre. L’alba sarebbe arrivata un po’ prima dell’inizio della seconda ora, il Vescovo era sicuramente già sveglio. Così il prete aveva bussato e aveva trovato il suo superiore seduto al tavolo a leggere. <Alfonso, che succede – aveva chiesto il Vescovo, stupendosi di trovarsi di fronte così presto il suo attendente, visibilmente stanco e sconvolto –. Calmati e siediti qui, accanto a me>. Sapeva che il segretario era una persona seria, che i suoi consigli erano sempre stati preziosi e le sue valutazioni equilibrate. Dopo aver ascoltato tutta la storia che Alfonso gli aveva raccontato, Ramperto si era chiesto se per caso a farlo parlare fosse la gelosia nei confronti di Gusberto col quale doveva dividere la sua stima e il suo affetto. Ci aveva riflettuto in silenzio, mentre l’attendente lo guardava. No, non era così. Quello che il segretario gli aveva riferito era certamente vero. Sulla prima parte della storia, quella che riguardava il fatto che il suo giovane pupillo non avesse giaciuto con la moglie e fosse, invece, uscito a notte fonda per fare ritorno a casa solo il mattino, aveva ascoltato anche la testimonianza di uno dei servi, che aveva messo in casa del giovane proprio perché gli riferisse ciò che accadeva. Il Vescovo aveva intuito sin dal primo momento il progetto di Gusberto, anche se non ne aveva inteso le ragioni, ed aveva capito che il ragazzo voleva una moglie muta perché non potesse dire che era rimasta illibata dopo il matrimonio. Per questo aveva scelto uno dei suoi informatori più fidati come segretario personale di Gusberto. Sapeva come costringere il ragazzo a fare quello che lui desiderava perché, per quanto gli volesse bene, era perfettamente cosciente del fatto che il suo pupillo era incline al peccato di superbia e mirava direttamente al potere. Poteva diventare un buon pastore, ma prima andava forgiato e per spingerlo sulla strada che credeva giusta, Ramperto era pronto al ricatto. Sapeva anche che Alfonso sarebbe stato un migliore candidato alla sua successione, ma aveva solo una decina di anni meno di lui e non gli sarebbe sopravvissuto a lungo. In qualche modo, aveva pensato il Vescovo di se stesso, stava dimostrando di essere anche lui incline a ricercare un’eccellenza perversa: voleva orientare la diocesi genovese ben oltre la propria fine. Ora, invece, la sua supremazia era in pericolo e poteva concludersi a breve termine con spargimento di sangue. Anche il suo sangue. Se davvero si stava formando una setta eretica e rivoluzionaria, doveva tirare immediatamente le briglie. <Allora, Alfonso, cosa possiamo fare per frenare questa deriva che minaccia di diventare molto pericolosa? – aveva chiesto -. Hai sempre dimostrato buone doti di analisi e grandi capacità di pianificazione e conosco fin troppo bene la tua onestà intellettuale. Sono certo che non ti farai trascinare dalle tue emozioni personali, dalle antipatie, dalla gelosia>. L’ultima parola aveva fatto sobbalzare Alfonso: il Vescovo era a conoscenza di questo suo basso istinto, dell’odio che nutriva nei confronti di Gusberto. Resosi conto che Ramperto lo conosceva più di quanto avesse ipotizzato, aveva impiegato qualche secondo a rispondere. <Signore, è bene che mettiamo subito in moto i nostri informatori, per capire la reale portata del problema – aveva detto non appena era riuscito a riprendere il fiato -. Suggerirei anche di trasferire immediatamente il prete più anziano in una diocesi lontana. Voi potreste parlare con Gusberto in modo da assumere informazioni senza che il giovane capisca che già sapete>. Il Vescovo era d’accordo su tutto, meno che sul trasferimento del vecchio prete. <Lo controlleremo meglio se potremo tenerlo sott’occhio e non rischieremo che possa avere ampia libertà di mettere insieme un grosso gruppo di adepti fuori dalle mura della città per poi magari presentarsi alle porte con un esercito – aveva spiegato al suo segretario -. Non sono, però, poi così convinto che il gruppo sia responsabile dei tre omicidi anche se, ammetto, è verosimile che questi possano inserirsi in una più ampia “strategia della paura”, insieme alle minacciose prediche sulle fiamme dell’inferno che svengono raccontate mai state così vicine>. Ramperto aveva quindi congedato l’attendente ed era andato in cattedrale a celebrare le lodi mattutine. Subito dopo era salito sul suo cavallo per raggiungere la casa del suo figlioccio. Il Vescovo era appena partito quando la moglie di un mercante era arrivata gridando al convento. Avevano ucciso il marito proprio davanti a casa. Lo avevano accoltellato e sulla pelle della fronte avevano intagliato una croce.

[1] La Bibbia, Salmo 50
[2] La Bibbia, Nuovo Testamento, Efesini, 4:29-32
[3] Sant’Agostino, “Il discorso del Signore sulla Montagna”

©Monica Di Carlo 2015 – Tutti i diritti sono riservati. Vietata la riproduzione anche parziale senza il consenso dell’autore.

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